Giro d'Italia, Piganzoli si gode la famiglia e i consigli del "professore" Vingegaard

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Redazione Sport Redazione Sport   -   Non capita spesso, in un mondo dominato dalla ricerca spasmodica della leadership personale e dal narcisismo dei social media, che un giovane talento trovi la sua realizzazione professionale non nel rubare la scena, ma nel costruirla per un altro. Eppure, questa è esattamente la storia di Davide Piganzoli a questo Giro d'Italia 2026.

Mentre Jonas Vingegaard, con una forza che nemmeno la cronaca riesce più a descrivere come sorprendente, mette il proprio marchio a fuoco su ogni arrivo in salita (il quarto successo di tappa, ieri a Carì, è l'ennesima conferma di un dominio che inizia ad essere quasi "abitudinario" per il danese), l’italiano si sta ritagliando un ruolo che va ben oltre quello del semplice gregario di lusso.

Un piano perfetto (con un piccolo anticipo)

Il racconto della sedicesima tappa, quella che da Cassano d’Adda ha portato il serpentone rosa fino in Svizzera, è quasi una lezione di tattica scolastica per il Team Visma-Lease a Bike. Il copione, almeno nelle intenzioni, prevedeva lo scatto del capitano nel tratto più duro, intorno ai 5,5 chilometri dal traguardo. Piganzoli, convocato per alzare il ritmo e fare il vuoto, si è presentato puntuale al suo posto, ma Vingegaard, forse sentendosi particolarmente ispirato dall’aria elvetica o semplicemente vedendo i rivali in difficoltà, ha deciso di anticipare i tempi.

Lo scatto è partito ai -6,6 km e il meccanismo della squadra ha funzionato alla perfezione: l’olandese ha aperto il gas, il valtellinese ha completato la sua opera di smistamento e il Giro, di fatto, ha chiuso i battenti per la lotta per la maglia rosa.

Il valore aggiunto di una famiglia normale

Lontano dalle curve paraboliche e dalle pendenze infernali, però, esiste un’altra dimensione che alimenta le gambe del 23enne di Morbegno. In un’area hospitality bollente, sotto il sole cocente di Carì, c’erano mamma Cristina, papà Enzo e il fratello Gabriele con gli occhi incollati al maxischermo. “Mi ritengo fortunato ad avere una famiglia così”, ha confessato Piganzoli, sottolineando come il supporto dei suoi cari non sia mai scontato in un ambiente dove la pressione è altissima.

Mentre suo fratello lo tiene aggiornato sulle piccole vicende domestiche per dargli la forza di non mollare, il giovane scalatore trova il tempo per un abbraccio sincero nella zona bus, un gesto che sa di normalità in un contesto, quello del grande ciclismo, che spesso tende a disumanizzare gli atleti trasformandoli in meri numeri di una classifica. Lui, che arriva da una lunga gavetta (nel 2024 e 2025 aveva chiuso attorno al tredicesimo posto), sembra non aver bisogno di ricordare a nessuno la propria ascesa: la sta vivendo con la semplicità di chi sa di essere al posto giusto.

La bottega del campione

C’è poi l’aspetto forse più interessante della sua crescita, quello che riguarda il rapporto quasi “maestro-allievo” con Vingegaard. Il danese, spesso descritto come freddo e calcolatore (un po' l’opposto dell’istinto tellurico di Pogačar), si sta rivelando un compagno di squadra sorprendentemente generoso.

Non solo ha elogiato il lavoro dell’italiano, sottolineando che “ha fatto così tanto per me” e che sarebbe felice di aiutarlo nella caccia alla maglia bianca di miglior giovane (attualmente detenuta dal portoghese Afonso Eulálio), ma si spinge oltre: gli ha apertamente detto che, se si fosse sentito in gamba, avrebbe potuto fare la sua corsa e attaccare per conto proprio. È una dichiarazione di fiducia che vale più di qualsiasi contratto, una sorta di “lasciapassare” per il futuro.

Piganzoli, che assorbe consigli su come affrontare le salite, sulla gestione della mentalità e sulla filosofia della vittoria, ha lezioni gratuite dal miglior interprete del momento, un lusso che pochi possono permettersi. I dati di Vingegaard a Carì, per inciso, hanno toccato i livelli mostrati da Pogačar ad Hautacam nel 2025, una misura di ciò che significa “parlare con il professore”.

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