Iran, l’ultimatum di Trump e i 14 punti per la pace: ore decisive dopo le “ottime trattative”

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Redazione Esteri Redazione Esteri   -   Il tempo, si sa, è un fattore spesso più decisivo delle volontà dichiarate, e nelle prossime ore (circa 48 per l’esattezza, stando a quanto filtra dagli ambienti diplomatici) sapremo se la lunga scia di tensione tra Washington e Teheran potrà finalmente imboccare un vicolo di tregua duratura o se, al contrario, l’escalation riprenderà i suoi ritmi infernali.

La Casa Bianca, dopo giorni di trattative serrate e silenzi eloquenti, attende una risposta definitiva da parte della Repubblica Islamica riguardo a un memorandum d’intesa.

È un documento, lungo appena una pagina, che i rappresentanti delle due amministrazioni hanno cercato di cesellare come una sorta di tabella di marcia immediata per fermare le ostilità; e sebbene lo stesso presidente Donald Trump abbia parlato di “ottimi colloqui” nelle ultime 24 ore, evidenziando una possibilità concreta di chiusura dell’accordo, la fragilità di questa costruzione diplomatica rimane evidente a chiunque ne osservi i dettagli. open +2

Le quattordici clausole e la finestra di trenta giorni

Non si tratta, lo si capisce dal tenore delle bozze, di un trattato di pace definitivo, ma piuttosto di una premessa metodologica, una sorta di “cessate il fuoco” negoziale che mira a interrompere l’escalation per concedere spazio alla politica.

Il testo in questione, composto da 14 punti, prevedrebbe infatti la fine immediata della guerra, da intendersi come cessazione degli attacchi reciproci, e l’avvio di una finestra temporale della durata di un mese, utile a definire i contorni di un negoziato più ampio.

È durante questi 30 giorni che si giocherebbe la partita vera, quella su dossier spinosi come i limiti all’arricchimento dell’uranio, la riapertura fisica e commerciale dello Stretto di Hormuz (cruciale per i rifornimenti energetici globali) e il meccanismo di rimozione delle sanzioni economiche che stanno strozzando il paese.

Le parti, forse consapevoli del fallimento dei negoziati precedenti e della loro eccessiva rigidità, avrebbero scelto questa strada per testare la volontà reciproca senza impegnarsi subito in clausole pesanti.

Da un lato, gli emissari di Trump spingono affinché l’Iran accetti una moratoria sul programma nucleare, dall’altro Teheran chiede garanzie reali sullo sblocco dei fondi congelati all’estero.

La sede dei prossimi incontri, durante questo mese di transizione, potrebbe essere spostata a Islamabad o a Ginevra, tradendo la volontà di coinvolgere attori terzi nel ruolo di garanti o semplicemente di fornire una location neutrale a battute meno aggressive di quelle ascoltate finora. ilsole24ore +2

Il “Project Freedom” e lo stallo nello Stretto di Hormuz

Sullo sfondo di queste mosse della diplomazia, rimane il campo di battaglia concreto, dove le acque del Golfo Persico sono diventate un’arena di scontri indiretti e propaganda incrociata. È proprio la situazione di stallo nello Stretto di Hormuz a fare da catalizzatore per questa improvvisa accelerazione diplomatica.

Da settimane, le forze iraniane ostacolavano il transito delle petroliere, mentre gli Stati Uniti avevano risposto con la missione denominata “Project Freedom”, un’operazione che mirava a rompere il blocco navale.

Secondo le fonti che hanno seguito gli sviluppi, le tensioni in quello specchio d’acqua sono state talvolta altissime, e la decisione di Trump di interrompere temporaneamente alcune azioni militari proprio in contemporanea con i progressi nei colloqui è un segnale che non è sfuggito agli analisti.

L’amministrazione di Teheran, giocando la carta del controllo del transito marittimo come leva negoziale, ha più volte ribadito di voler tutelare quella che considera una risorsa strategica nazionale; ma dall’altra parte, gli evidenti costi economici e la pressione internazionale (perfino da parte di paesi tradizionalmente non allineati) hanno forse convinto i falchi iraniani della necessità di cercare una via d’uscita negoziata, almeno per scongiurare un collasso delle infrastrutture civili.

L’intesa proposta, se accettata, prevedrebbe un allentamento graduale dei blocchi reciproci proprio durante il periodo di negoziato dei 30 giorni. mediaset +2

Le posizioni interne e la fragilità della bozza

Ma nonostante l’ottimismo mostrato pubblicamente dall’inquilino della Casa Bianca (“non siamo lontani”, avrebbero confidato i funzionari secondo quanto riportato da Axios), le voci che giungono dai due fronti raccontano di un clima ancora carico di sfiducia.

Il documento, sebbene accolto con interesse a Washington, è stato descritto da alcuni esponenti del regime iraniano come una “lista dei desideri” più che una reale base di partenza.

La differenza, sottile ma sostanziale, riguarda il grado di profondità delle concessioni; lì dove gli Stati Uniti chiedono lo smantellamento delle scorte di uranio arricchito portato a livelli prossimi al grado bellico o ispezioni lampo dell’Aiea, l’Iran non ha ancora dato il proprio assenso definitivo.

Si tratta di un braccio di ferro serrato, in cui ogni parola pesa come una sentenza.

La risposta che Teheran consegnerà entro oggi ai mediatori (ed è probabile che arrivi direttamente o tramite Islamabad) dirà molto non solo sulla sopravvivenza di questa bozza, ma sulla reale capacità delle due diplomazie di separare la volontà di potenza dalla necessità di sopravvivenza.

Se la risposta sarà positiva, si entrerà nel vivo dei negoziati; se negativa, o se arriverà un silenzio carico di ambiguità, l’ipotesi di un ritorno alla guerra (o di un’intensificazione delle operazioni navali) tornerà a essere la tragica opzione principale su un tavolo che speravamo potesse essere sparecchiato. ilsole24ore +2

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