Il racconto dei giorni di paura a Dubai tra bombe e bunker
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Redazione Interno
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La guerra che infiamma il Golfo, con gli attacchi lanciati da Stati Uniti e Israele contro l’Iran a partire dal 28 febbraio, ha trasformato Dubai in una città sospesa, dove il lusso sfavillante dei grattacieli ha fatto da sfondo a esplosioni e notti insonni, costringendo centinaia di italiani a fare i conti con una realtà che non conoscevano. Da un lato le sirene degli allarmi e la corsa nei bunker, dall’altro la quotidianità che, per chi vive stabilmente nell’emirato, non si è mai davvero fermata, creando una dicotomia difficile da raccontare a chi, dall’Italia, immaginava scenari apocalittici.
Valentina Baldini, art advisor e moglie di Andrea Pirlo, l’ex campione che oggi allena l’Fc United di Dubai, ha descritto al Corriere della Sera lo spiazzamento di chi si è trovato a dover decifrare rumori mai sentiti prima. “Per noi non è normale sentire il rumore di una esplosione sulle nostre teste o durante la notte alzare gli occhi e nel cielo nero veder brillare un missile”, ha raccontato, riferendo di essere stata svegliata nella notte di sabato 28 febbraio dal boato seguito al passaggio di un aereo nero. Mentre il marito dormiva “sogni sereni”, lei ammette di aver pensato alla fuga, a cosa infilare in una borsa per scappare, pur con l’autonomia limitata della macchina. Un timore, quello dell’impatto diretto, che però si è dissolto con il ritorno della luce, quando il cielo è tornato sereno e con esso una normalità fatta di scaffali dei supermercati pieni, ristoranti aperti e taxi in circolazione, a smentire le voci di un collasso generale.
Il rientro degli studenti e la notte nei rifugi
Se per i residenti la vita è ripresa abbastanza rapidamente, per i circa duecento studenti italiani in viaggio scolastico per una simulazione diplomatica organizzata da WSC Italia Global Leaders, quei giorni si sono trasformati in un’esperienza claustrofobica e spaventosa. Bloccati a Dubai dal momento dell’attacco, con i voli cancellati e l’incertezza sul da farsi, i ragazzi e i loro tutor hanno vissuto ore di tensione, costretti a più riprese a rifugiarsi nei bunker degli alberghi. Giacomo Aicardi, tutor ligure di Alassio rientrato ieri sera a Malpensa grazie a un volo di Stato partito da Abu Dhabi, ha raccontato senza filtri quei momenti, parlando di un “boato lontano prima, poi uno più vicino, poi uno vicinissimo” e di notti in cui tutti i telefoni nella stanza cominciavano a squillare insieme con un suono d’allarme che imponeva di correre nel bunker.
La paura più grande, per chi aveva la responsabilità di ragazzi minorenni, era mantenere la calma e non trasmettere il panico. Aicardi ha spiegato come il gruppo sia stato inizialmente diviso in due strutture, una delle quali verticale e quindi percepita come più vulnerabile a eventuali attacchi, prima che il console italiano riuscisse a farli ricollocare tutti insieme in un albergo più sicuro, costruito su due livelli. Nei momenti di reclusione forzata, per tenere alto il morale e non cedere all’ansia, si cantava, si faceva karaoke e si giocava a tombola, cercando di vivere “di ora in ora” in attesa di una soluzione che è arrivata grazie all’intervento diretto della Farnesina.
Le immagini dei missili e lo scenario surreale dell’aeroporto
Il contrasto tra la vita patinata della città e la violenza degli attacchi è emerso anche dai racconti di chi quelle esplosioni le ha viste con i propri occhi. Testimoni hanno riferito di aver alzato lo sguardo e scorto missili solcare il cielo, intercettati dai sistemi di difesa, con nuvole di fumo bianco che si levavano all’orizzonte e, in alcuni punti come il porto di Jebel Ali, colonne di fumo nero più denso. Una scena che ha dell’incredibile per una metropoli abituata a essere vetrina di opulenza e modernità, e che invece per alcuni giorni è stata teatro di un conflitto che sembrava lontano.
Lo stesso Aicardi ha descritto l’aeroporto di Abu Dhabi, da cui lui e gli studenti sono infine partiti, come uno scenario “post-apocalittico”, quasi deserto, segno tangibile di come la macchina dei trasporti si fosse fermata di fronte all’emergenza. Il volo messo a disposizione dalle autorità emiratine su richiesta del governo italiano ha riportato a casa i giovani, e al momento dell’atterraggio a Malpensa, intorno alle 20 di martedì 3 marzo, qualcuno ha intonato l’inno di Mameli, in un gesto liberatorio che ha suggellato la fine dell’incubo, mentre i genitori attendevano all’uscita.
La quotidianità che resiste tra le macerie mediatiche
In mezzo a queste testimonianze contrastanti, emerge una verità complessa: Dubai non è stata rasa al suolo, né la sua vita si è fermata come forse qualcuno in Italia ha immaginato. Le parole di Valentina Baldini vanno in questa direzione, quando sottolinea che i supermercati non sono affatto vuoti e che la routine lavorativa prosegue senza scossoni. Eppure, negare che qualcosa di grave sia accaduto sarebbe altrettanto fuorviante. I bombardamenti ci sono stati, e chiunque si trovasse lì in quei momenti ha dovuto fare i conti con la paura e con la possibilità concreta di non poter rientrare a casa.
Non si tratta di sminuire il pericolo o di alimentare allarmismi, ma di raccontare due facce della stessa medaglia: da una parte una macchina statale e civile che, nonostante gli attacchi, ha continuato a funzionare; dall’altra, l’esperienza traumatica di chi ha visto i missili solcare il cielo e ha dovuto proteggersi in un bunker. Una complessità che sfugge alle narrazioni semplicistiche e che solo incrociando i racconti di chi è rimasto e di chi è scappato può essere compresa appieno.




