Biennale, la giuria si è dimessa: «Leoni scelti dai visitatori». Rientrano in gioco Russia e Israele
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Redazione Interno
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A metà pomeriggio si è consumato l’ennesimo strappo attorno all’Esposizione Internazionale d’Arte, determinando una situazione senza precedenti nella gloriosa storia dell’istituzione culturale. «A partire dal 30 aprile 2026, noi, la giuria internazionale selezionata da Koyo Kouoh, direttrice artistica della 61ª edizione della Biennale di Venezia “In minor keys”, abbiamo rassegnato le dimissioni. Lo facciamo in ottemperanza alla nostra dichiarazione di intenti rilasciata il 22 aprile 2026». In sole due righe e mezza, la presidente Solange Farkas e le sue colleghe (Zoe Butt, Elvira Dyangani Ose, Marta Kuzma e Giovanna Zapperi) hanno quindi reso ufficiale il loro abbandono, un atto di rottura che nessuno, fino a pochi giorni fa, avrebbe potuto prevedere con così tanta certezza. Il gesto della giuria, va detto, arriva all’indomani di una delicatissima ispezione ministeriale voluta dal ministro della Cultura, Alessandro Giuli, il quale ha inviato i suoi funzionari a Ca’ Giustinian per mettere sotto la lente d’ingrandimento gli accordi con Mosca.
L’ombra del commissariamento e il caso russo
La scintilla che ha innescato la miccia, come spesso accade in questi frangenti, è di natura squisitamente geopolitica. A far saltare il banco è stato il ritorno della Federazione Russa nel novero delle “partecipazioni nazionali”, una decisione fortemente voluta dal presidente Pietrangelo Buttafuoco (nominato dal Ministero nell’ottobre 2023) ma che il governo guidato da Giorgia Meloni, seppur a fatica, ha finito per non condividere pubblicamente. Il ministro Giuli, che per protesta ha disertato la Laguna e l’inaugurazione del 9 maggio, ha insistito con la sua crociata anti-russa, chiedendo documenti e verifiche al fine di rispettare il quadro sanzionatorio richiesto dall’Unione Europea; quest’ultima, va ricordato, ha già minacciato di ritirare un finanziamento da due milioni di euro. Mentre rimbalzavano insistenti le voci di un possibile commissariamento dell’ente – ipotesi caldeggiata da più parti ma prontamente smentita dal dicastero di via del Collegio Romano –, il presidente della Regione, Luca Zaia, ha auspicato una tregua tra le parti in conflitto. “Ci troviamo di fronte a una crisi senza precedenti, mi chiami il ministro!”. Ma la telefonata che avrebbe potenzialmente ricucito lo strappo non è mai arrivata, lasciando spazio a una crescente tensione che la giuria ha deciso di interrompere con il proprio passo d’armi.
La svolta dei Leoni popolari
Senza una commissione che possa assegnare i tradizionali Leoni d’Oro, la Fondazione ha però reagito prontamente, trasformando quella che appariva come una paralisi totale in una rivoluzione partecipativa. La Biennale ha infatti istituito due “Leoni dei Visitatori”, affidando al pubblico (e non più a una ristretta cerchia di addetti ai lavori) il compito di scegliere il miglior partecipante e la migliore partecipazione nazionale. La cerimonia di premiazione, che doveva tenersi il giorno della vernice, è stata così posticipata al 22 novembre, l’ultimo giorno utile prima della chiusura dei cancelli. Una decisione, questa, che in buona sostanza ribalta completamente il senso del giudizio artistico: non più un verdetto calato dall’alto da esperti chiamati a valutare il lavoro, ma una sorta di sondaggio esteso a tutti coloro che avranno l’occasione di passeggiare tra i Giardini e l’Arsenale.
Rientrano in gioco (e la polemica si riaccende)
Ed è qui che il meccanismo si fa più spinoso. La giuria dimissionaria aveva chiarito, nella sua dichiarazione d’intenti del 22 aprile, di non voler prendere in considerazione quei Paesi i cui leader sono attualmente accusati di crimini contro l’umanità dalla Corte Penale Internazionale. Un riferimento diretto, seppur circostanziato, che escludeva di fatto Russia e Israele dalla corsa alle massime onorificenze. Con l’introduzione del voto popolare, però, la Biennale ha specificato che tutte le nazioni presenti in lista potranno concorrere alla vittoria, “seguendo il principio di inclusione e di parità di trattamento”. Mosca (che riapre il suo padiglione dopo il lungo isolamento seguito all’invasione dell’Ucraina) e Gerusalemme rientrano quindi in gioco, e lo fanno pesantemente, azzerando di fatto il veto morale che la giuria aveva tentato di imporre. Il ministero della Cultura, da parte sua, ha voluto prendere le distanze dalle dimissioni, specificando che «non è, e non è mai stato nelle intenzioni del ministero commissariare il presidente» e che le dimissioni «riguardano esclusivamente la potestà autonoma della Biennale di Venezia». Nel frattempo, Pietrangelo Buttafuoco porta a casa la sua partita a scacchi: la Russia è tornata sotto le Tese dell’Arsenale e il presidente, criticato ironicamente da alcuni organi di stampa, si conferma fermo nella linea dell’apertura senza censure.




