Un detenuto muore nel carcere di Como dopo le rivolte

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Redazione Interno Redazione Interno   -   Un giovane detenuto, di ventiquattro anni e di origini nordafricane, è stato trovato senza vita nella sua cella dell’istituto penitenziario comasco, noto come il Bassone, dove aveva fatto ritorno solo dopo un ricovero ospedaliero resosi necessario a causa delle ferite riportate durante gli scontri della scorsa settimana. La morte, avvenuta per impiccagione e sulla quale gli investigatori non nutrono dubbi di natura dolosa, è sopraggiunta nonostante i tentativi di rianimazione messi in atto immediatamente dagli agenti di polizia penitenziaria, i quali, tuttavia, non hanno potuto far altro che constatare il decesso. Il giovane, che era uno dei circa cinquanta detenuti coinvolti nelle tensioni, aveva subito un trauma da schiacciamento al torace di una certa entità, tanto da essere trasportato in codice rosso all'ospedale Sant'Anna e da dovervi rimanere in osservazione per diversi giorni, prima della dimissione medica che ne aveva sancito il rientro in carcere, dove poi ha deciso di porre fine alla propria esistenza.

La dinamica degli scontri e le ferite

Nel corso della rivolta, che aveva visto un picco di violenza lo scorso 13 novembre, la condotta del giovane era stata particolarmente aggressiva, secondo quanto è stato possibile ricostruire; si rese infatti protagonista di un’aggressione verso un agente, alla quale seguì un pugno che causò all’uomo la frattura del setto nasale, un episodio che si è andato ad aggiungere al totale di tre operatori feriti in quel frangente. Nel tentativo di fuggire attraverso le sbarre di un cancello, come spesso accade in simili situazioni di caos e disperazione, rimase però intrappolato, subendo proprio in quell’istante il grave trauma toracico che ne avrebbe poi determinato il ricovero in condizioni critiche. Quel momento di costrizione fisica, che lo aveva reso vulnerabile e bisognoso di cure, sembra aver segnato profondamente il suo stato d’animo, portandolo a un gesto estremo non appena si è ritrovato solo tra le mura della sua cella.

Il contesto carcerario e la denuncia sindacale

La tragedia di Como si inserisce in un quadro nazionale che viene periodicamente denunciato come allarmante dalle organizzazioni sindacali del settore, le quali, commentando l’accaduto, non hanno mancato di sottolineare come questo sia il settantunesimo caso di morte in carcere dall’inizio dell’anno. Un dato, questo, che viene citato non per semplice statistica, ma per evidenziare una presunta inerzia delle istituzioni di fronte a un’emergenza che, di fatto, continua a mietere vittime tra coloro che sono privati della libertà personale. La polemica, che si accende a ogni nuovo episodio, ruota attorno alla mancanza di misure strutturali e di interventi capaci di prevenire simili esiti, in un sistema che appare sotto pressione e dove la tensione può esplodere in rivolte, con conseguenze a volte letali, o sfociare in atti di autolesionismo.

Le indagini e il dopo

Sul caso sono ora aperte le indagini di rigore per accertare ogni possibile responsabilità e per ricostruire con precisione la sequenza degli eventi che hanno portato al suicidio, comprese le condizioni di sorveglianza e l’assistenza psicologica offerta al detenuto dopo un’esperienza traumatica come quella della rivolta e del successivo ricovero. L’attenzione degli inquirenti si concentrerà inevitabilmente sulle ore immediatamente precedenti il ritrovamento, analizzando le procedure seguite e il rispetto dei protocolli, in un istituto che, come molti altri in Italia, deve fare i conti con il sovraffollamento e le difficoltà di gestione di una popolazione detenuta spesso problematica. L’episodio, al di là delle indagini, lascia un segno profondo in chi vi lavora e in quel microcosmo che è la vita carceraria, dove un singolo evento può avere ripercussioni amplissime.

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