La beffa del petrolio lucano: benzina al primo posto, gasolio nella top ten

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Redazione Interno Redazione Interno   -   La Basilicata è tornata a occupare il gradino più alto del podio – per quanto di amaro possa esserci in una simile classifica – per quel che concerne il prezzo della benzina in modalità self-service, un primato che condivide ora con la provincia autonoma di Bolzano. Secondo l’aggiornamento diffuso ieri dal Ministero delle Imprese e del Made in Italy (Mimit), nella regione del cosiddetto “Texas d’Italia” un litro di verde costa mediamente 1,806 euro. Si tratta di un ritorno al vertice dopo una breve abdicazione avvenuta il 2 aprile scorso; un contro-sorpasso che riporta l’attenzione sulla paradossale equazione energetica di un territorio ricco di greggio ma penalizzato dai listini. Se si sposta lo sguardo sul gasolio, le cose vanno leggermente meglio, ma solo in apparenza: con un prezzo medio di 2,147 euro al litro, la Basilicata si posiziona al nono posto nella graduatoria nazionale, un piazzamento che comunque non regala alcuna consolazione agli automobilisti lucani.

La stangata pasquale e la fotografia del Mimit

Il quadro tracciato dall’Osservatorio arriva a ridosso di un fine settimana di festa che, secondo le stime del Codacons, è costato agli italiani circa 1,3 miliardi di euro in più rispetto alla Pasqua dell’anno precedente. Una cifra che l’associazione definisce come “bruciata” dall’impennata dei prezzi, con il diesel in testa tra i responsabili dell’alleggerimento delle tasche delle famiglie. In questo contesto di mobilità straordinaria – si calcola che durante la settimana pasquale circolassero decine di milioni di veicoli – il dato lucano si staglia con una certa nettezza: mentre in altre regioni i rincari si sono distribuiti in modo più uniforme, qui la benzina ha riconquistato la maglia nera. Le rilevazioni del Mimit, che monitorano costantemente le variazioni territoriali, mostrano come l’incremento non sia stato un episodio isolato, ma piuttosto la conferma di una tendenza strutturale che vede il Sud e le aree interne pagare prezzi da “autostrada” senza che ciò corrisponda a una maggiore efficienza distributiva.

I giacimenti on shore e l’export del greggio

La beffa, come molti osservatori hanno sottolineato, assume i contorni del paradosso se si considera che la Basilicata ospita i due giacimenti di petrolio on shore – cioè sulla terra ferma – più grandi dell’intero continente europeo. Mi riferisco in particolare al polo della Val d’Agri e a quello di Tempa Rossa, rispettivamente gestiti da consorzi guidati da Eni e Total Energies, che assicurano una quota significativa della produzione nazionale. Tuttavia, come documentano le cronache economiche di questi giorni, non tutto il greggio estratto finisce nelle raffinerie italiane. Una parte di quel petrolio – che alcuni definiscono “Made in Italy” solo per l’estrazione – viene regolarmente esportata verso paesi come la Germania e la Spagna, alimentando un flusso commerciale che stride con le difficoltà dei consumatori locali. E qui si innesta un secondo cortocircuito: vivere nella regione che produce l’oro nero e pagare la benzina più cara d’Italia, seppur a pari merito con Bolzano, è una contraddizione che il solo dato statistico non riesce a spiegare.

Le ragioni di un’anomalia tra logistica e mercato

Ma come è possibile che la regione del “Texas italiano” sia costretta a subire i listini più alti? Gli analisti del settore individuano alcune concause: da un lato, la frammentazione della rete distributiva, caratterizzata da molti piccoli gestori con volumi di vendita ridotti e, quindi, margini maggiori per ammortizzare i costi; dall’altro, una distanza logistica non indifferente dalle raffinerie, sebbene l’impianto di Taranto si trovi geograficamente a poca distanza dai confini lucani. A questo si aggiunge una prassi commerciale consolidata: le compagnie petrolifere adottano listini differenziati per micro-aree, raggruppando i comuni in cluster di prezzo che possono variare anche di diversi centesimi nel giro di pochi chilometri. È un meccanismo che, di fatto, penalizza i territori con minore pressione competitiva. E così, mentre il resto della penisola cerca di assorbire gli shock energetici – con il Veneto e le Marche che si confermano tra le realtà più economiche – la Basilicata resta inchiodata in vetta, vittima di un’anomalia che nemmeno l’abbondanza di greggio nel sottosuolo riesce a sanare.

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