Tumore ovarico, l’agenda per il 2030: nove pazienti su dieci curate in centri specializzati

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Redazione Salute Redazione Salute   -   Ogni giorno, in Italia, quindici donne ricevono una diagnosi di tumore ovarico, un numero che, tradotto in cifre annuali, supera quota cinquemila e quattrocento nuovi casi. Eppure, nonostante l’incidenza stabile nel tempo (anzi, caratterizzata da un lieve calo), la patologia rappresenta ancora oggi la più insidiosa tra le neoplasie ginecologiche, anche a causa di una sintomatologia – gonfiore addominale persistente, dolore pelvico, alterazioni intestinali o la frequente necessità di urinare – che spesso viene scambiata per disturbi ben più banali. È proprio questa difficoltà diagnostica, unita all’assenza di uno screening efficace su larga scala, a fare sì che circa l’80% delle pazienti scopra la malattia quando questa si trova ormai in fase avanzata, riducendo drasticamente i margini di intervento terapeutico.

L’Agenda nazionale presentata al ministero della Salute

Proprio per affrontare queste criticità strutturali, in occasione della Giornata mondiale dedicata a questo carcinoma – celebrata ieri a Roma nell’Auditorium del dicastero della Salute – è stata presentata la prima Agenda nazionale di impegno per le donne con tumore ovarico. Promossa dalla campagna “Insieme di Insiemi”, che riunisce le associazioni di pazienti (come Acto Italia, Loto e aBRCAdabra) insieme ai gruppi scientifici Mito e Mango, quest’iniziativa punta a strappare la gestione della malattia all’attuale frammentazione organizzativa. L’obiettivo dichiarato, come hanno ribadito gli specialisti nel corso del convegno, è ambizioso: rendere il carcinoma ovarico una vera priorità di salute pubblica entro i prossimi quattro anni, attraverso traguardi misurabili e, soprattutto, vincolanti per le Regioni.

Perché la centralizzazione delle cure è cruciale

Se la diagnosi precoce rimane il tallone d’Achille di questa neoplasia, è sul fronte del trattamento che l’Agenda prova a giocare la partita più importante. “La struttura in cui una donna sceglie di essere seguita – ha spiegato Sandro Pignata, oncologo del Pascale di Napoli – è fondamentale per usufruire dei migliori trattamenti”. Il problema, ha aggiunto l’esperto, è che ben il 73% delle pazienti non è consapevole di quanto la presa in carico in un centro ad alto volume possa influire sulla prognosi. Non tutte le strutture ospedaliere, insomma, garantiscono gli stessi standard: una chirurgia complessa e le terapie innovative (come gli anticorpi farmaco-coniugati, che rappresentano una svolta per i casi resistenti ai chemioterapici tradizionali) richiedono competenze multidisciplinari che solo hub specializzati possono offrire.

L’obiettivo del 90% entro il 2028-2030

L’Agenda stilata dalle associazini non si limita a denunciare le disuguaglianze – quelle territoriali, per esempio, che ancora oggi penalizzano l’accesso ai nuovi farmaci – ma fissa dei paletti numerici precisi. L’intenzione è che entro il 2028 almeno il 75% dei casi venga trattato in una struttura di riferimento, una percentuale che dovrà salire fino a toccare il 90% entro il 2030. Un traguardo che passa attraverso la definizione, da parte di ogni singola Regione, di centri dedicati e di percorsi diagnostico-terapeutici standardizzati. Come ha ricordato Maria Rosaria Campitiello, capo della prevenzione del ministero, oggi solo il 10% dei tumori ovarici viene intercettato nella fase iniziale, spesso in modo quasi casuale durante una visita ginecologica di routine: un dato che dimostra quanto sia ancora lungo il cammino per garantire a tutte le pazienti – nessuna esclusa – le stesse chance di sopravvivenza.

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