Odissea di Nolan, le donne greche che sconvolgono il mito: niente più attesa, ora combattono
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Redazione Cultura e Spettacolo
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C'è un momento preciso, nella carriera di ogni grande regista, in cui l'ambizione rischia di farsi hybris, quella stessa tracotanza che nel mito greco condanna gli uomini all'abisso. Christopher Nolan, forte di un budget mostruoso da 250 milioni di dollari e di un cast che sembra più una parata di star che un semplice elenco di attori, ha deciso di sfidare il padre di tutti i racconti con la sua "Odissea". E il debutto globale ha acceso un dibattito che, come un mare in tempesta, non accetta sfumature, spaccando la critica in due fazioni opposte.
Da un lato, chi celebra la spettacolarità di un'opera pensata per essere vissuta sul grande schermo, un'esperienza viscerale che quasi si può annusare grazie all'utilizzo del formato IMAX 70mm. Dall'altro, chi accusa il regista di aver profanato l'opera di Omero, riducendo l'epica a un thriller d'azione adrenalinico. Il rumore è assordante, ma a sovrastarlo è una piccola rivoluzione silenziosa che riguarda il genere, una mossa che ha trasformato le figure femminili del mito in qualcosa che il cinema, forse, non aveva mai osato mostrare.
Il mito al femminile: un atto di ribellione contro il "complesso della moglie defunta"
Nolan, storicamente accusato di soffrire del cosiddetto "complesso della moglie defunta" (un marchio che gli è stato appiccicato addosso sin dai tempi di "Memento" e "Inception", dove le donne esistono solo come fantasmi o motori del trauma del protagonista), compie qui una clamorosa inversione di rotta. La sua "Odissea" scardina questo paradigma, trasformando il cammino solitario di un uomo in un'architettura corale dove le donne smettono di essere spettatrici passive o semplici tappe di passaggio.
La Penelope di Anne Hathaway non è più la moglie remissiva che consuma la vita tessendo una tela in attesa del marito. È una sovrana pragmatica, indurita dalla solitudine, che difende con le unghie il regno e il figlio Telemaco (interpretato da Tom Holland). Hathaway cancella secoli di stereotipi patriarcali e trasforma l'attesa in una fiera e attiva resistenza politica.
Accanto a lei, l'Atena di Zendaya si impone come una mente strategica e glaciale, una regista invisibile che muove i fili del destino dall'ombra, mentre la Circe di Samantha Morton e la Calipso di Charlize Theron si liberano dei panni della classica seduttrice per rivelarsi divinità potenti ma disperatamente sole, offrendo una riflessione attualissima sul bisogno di essere scelti.
Il doppio volto di Elena e Clitemnestra: la scelta che ha fatto arrabbiare i puristi
La mossa più audace, e forse più discussa, è stata però la scelta di affidare a Lupita Nyong'o un doppio ruolo, quello di Elena di Troia e della sorella Clitemnestra. Una decisione che ha fatto infuriare i puristi della filologia, sollevando un polverone che ha preceduto persino l'uscita del film. Nel poema omerico, Elena è tradizionalmente definita attraverso epiteti che rimandano alle "candide braccia" o a una bellezza dai biondi capelli lucenti, simboli di regalità nell'iconografia greca arcaica.
La critica ha accusato la produzione di aver ceduto a logiche di rappresentazione contemporanee, forzando la mano a un'opera antica per adattarla al gusto moderno.
Nolan, dal canto suo, ha difeso fermamente la sua scelta: in un'intervista rilasciata durante le riprese, ha spiegato che l'intensità drammatica e il carisma regale della Nyong'o erano gli unici requisiti necessari per restituire spessore e tragicità a una figura troppo spesso ridotta dal cinema del passato a un mero, passivo ideale estetico.
Il regista ha inoltre sottolineato l'importanza di esplorare il mito da una prospettiva diversa, e nel farlo ha accostato il volto dell'attrice a quello di Clitemnestra, la sorella che nella tragedia greca uccide il marito Agamennone per vendicare il sacrificio della figlia Ifigenia: unendo i due estremi del femminile mitologico, Nolan restituisce loro una dignità emotiva che la tradizione aveva sempre negato.
Un viaggio nella psiche: l'Ulisse di Matt Damon tra trauma e rinascita
Se le donne sono la novità più eclatante, il cuore del film rimane ovviamente il viaggio di Ulisse, interpretato da un Matt Damon che il pubblico non è abituato a vedere. Non c'è traccia del semidio astuto e sicuro di sé della tradizione scolastica: il suo Ulisse è un reduce di guerra distrutto dal disturbo da stress post-traumatico, un uomo fragile, invecchiato, schiacciato dal senso di colpa per essere sopravvissuto ai suoi compagni.
È questa umanizzazione radicale, questa pietas moderna che trasforma il re di Itaca in un "Signor Nessuno" tormentato, il vero gancio emotivo che sta conquistando la critica italiana.
La regia di Nolan, fedele alla sua cifra stilistica, gioca ancora una volta con la percezione del tempo, costruendo un'esperienza immersiva in cui lo spettatore è costretto a uno sforzo attivo, quasi proiettivo, per ricostruire mentalmente le sequenze. Una sfida, considerati i 172 minuti di durata, che in un'epoca di bombardamenti digitali e reel effimeri, sembra quasi un atto di coraggio, un romantico anacronismo che il regista si concede per ricordarci il potere della storia.




