La “pennicanza” di Fiorello e l’insulto russo: Meloni nel mirino di Solovyev

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Redazione Interno Redazione Interno   -   «Questa povera Giorgia Meloni non ha pace: prima Trump, poi la Russia, ci manca solo il Vaticano». L’esordio, come spesso accade nel programma “La Pennicanza”, è stato un affondo netto, quasi chirurgico, capace di trasformare una vicenda di cronaca politica in un frammento di satira lucida. Rosario Fiorello, che da anni utilizza l’ironia come una lama a doppio taglio, ha commentato così gli insulti piovuti dalla tv pubblica russa ai danni della presidente del Consiglio, aggiungendo una notazione che mescola il grottesco a un certo realismo di fondo: «È come se in Italia Marco Liorni dicesse “Putin sei una mea” o Lorena Bianchetti se la prendesse col primo ministro della Grecia».

Un propagandista di regime, quasi sempre un “cretino tecnico”

A finire al centro della polemica – lui, piuttosto che i contenuti specifici delle offese – è Vladimir Solovyev, conduttore star della televisione di Stato russa e figura organica al Cremlino. Di lui, chi osserva da tempo i meccanismi della propaganda, ha scritto che si tratta di un «ufficialetto bellicoso delle truppe mediatiche di Putin», un profilo umano e professionale incline a ignorare la realtà dei fatti (che per essere colta richiederebbe, quantomeno, un minimo di intelligenza) per esaltare la propria parte politica e insultare l’avversario. Gli epiteti rivolti a Meloni – alcuni politici, altri marcatamente sessisti – hanno suscitato una reazione trasversale, dal presidente Mattarella (che ha espresso «indignazione per le parole volgari» offrendo solidarietà istituzionale) fino alle opposizioni italiane, tutte schierate, pur nella diversità delle posizioni, nel condannare il tenore dell’aggressione verbale.

Bis dagli studi di Mosca: “Lei è fascista” e il silenzio del Cremlino

La vicenda, però, non si è chiusa con la prima bordata. Solovyev è tornato all’attacco il giorno successivo, ribadendo con una domanda retorica tanto strumentale quanto prevedibile: «Qual è il problema? Lei è fascista». Un’accusa che, nella narrazione del regime russo, serve a etichettare qualsiasi leader europeo non allineato con le posizioni del Cremlino. Nessuna smentita, nessun tentativo di distinguo è arrivato da Mosca, dove il silenzio ha confermato la natura orchestrata dell’operazione: un conduttore che ripete a memoria un copione di insulti, imparati in un misto di maleparole e minacce, senza neppure conoscere davvero la lingua italiana.

La solidarietà bipartisan e il senso di una vicenda che scomoda il passato

Non si tratta, per chi scrive, di difendere una avversaria politica – Meloni resta tale per molti elettori di sinistra, come è stato ricordato in alcune lettere ai giornali – ma di riconoscere il confine oltre il quale la critica politica diventa propaganda totalitaria. «Parole vergognose che si commentano da sole», ha scritto un lettore, mentre un altro ha sottolineato come «sentire quell’energumeno ripetere come un pappagallo insulti mandati a memoria pare una scena da totalitarismo del secolo scorso». E proprio il riferimento al passato, a quel Novecento fatto di trasmissioni di regime e vessazioni pubbliche, restituisce la gravità di un episodio che, al netto delle esagerazioni satiriche di Fiorello, ha riacceso i riflettori su un metodo: delegittimare l’interlocutore prima ancora di confutare le sue ragioni. Meloni, dal canto suo, non ha replicato direttamente. Ha lasciato che fossero le istituzioni e la stampa a farlo per lei. Un silenzio che, in questo caso, vale più di mille smentite.

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