Il Toro sul mercato, lo stadio è l’asso nella manica per attirare i fondi americani
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Redazione Sport
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Urbano Cairo ha affidato a Bank of America il mandato di advisor finanziario, e da quel momento, come rivelato da alcune indiscrezioni di stampa, il dossier relativo al futuro del Torino Football Club ha iniziato a circolare sottotraccia nei tavoli che contano, quelli dei grandi investitori internazionali.
Non si tratterebbe, almeno in questa fase, di singoli magnati o di imprenditori intenzionati a muoversi individualmente, ma di soggetti strutturati: fondi di investimento e holding attive nel settore dello sport, interessati a valutare un ingresso nel calcio italiano attraverso l’acquisizione del club granata.
La valutazione di partenza, stando a quanto riportato da fonti vicine al dossier, si aggirerebbe intorno ai 200 milioni di euro, una cifra che la banca d’affari sta utilizzando come base per verificare la solidità e la consistenza delle manifestazioni d’interesse pervenute nelle ultime settimane.
L’analisi della situazione economica attuale, sotto la gestione del patron che dura ormai da oltre due decenni, presenta però alcuni nodi cruciali che chiunque voglia sedersi al tavolo delle trattative dovrà sciogliere.
Da un lato, c’è un passivo nell’ultimo bilancio chiuso con una perdita di 13 milioni di euro, a fronte di ricavi per 122 milioni, questi ultimi sostenuti in larga parte da plusvalenze per 43 milioni legate alla cessione di calciatori; dall’altro, il peso dei debiti complessivi, che tocca quota 160 milioni, potrebbe rappresentare un freno per le ambizioni di chi cerca un ritorno economico rapido.
Tuttavia, ciò che rende realmente appetibile l’operazione, andando ben oltre i semplici numeri di bilancio, non è tanto la squadra o il centro sportivo attuale, quanto la partita immobiliare che ruota attorno allo stadio Olimpico Grande Torino.
L’asset nascosto (e necessario) per la cessione
Paolo Peveraro, ex assessore della Giunta Chiamparino con un passato da protagonista nella gestione degli stadi cittadini, lo ha spiegato in termini molto chiari: il vero valore aggiunto del club, quello che può fare la differenza per un acquirente straniero, risiede nella possibilità di ottenere una concessione lunga dell’impianto comunale. Senza quella, la partita rischia di arenarsi.
L’attuale convenzione, infatti, è scaduta lo scorso 30 giugno, e il Comune ha concesso una proroga tecnica di 18 mesi per permettere alla società e all’amministrazione di valutare con calma tutte le opzioni sul tavolo, da una nuova gara pubblica a una più complessa partnership pubblico-privato.
Per un fondo americano, abituato a modelli di business in cui lo stadio non è solo un costo, ma un centro di generazione di ricavi capace di ospitare concerti, eventi e attività commerciali 365 giorni l’anno, la situazione attuale rappresenta sia un rischio che un’opportunità. Il rischio, evidente, è l’incertezza legata al futuro dell’impianto; l’opportunità, invece, è quella di sedersi al tavolo con il Comune con un piano di rilancio urbanistico e finanziario che potrebbe sbloccare una concessione ultra-decennale.
Non a caso, il club ha già avviato una collaborazione con il Politecnico di Torino per studiare un progetto di riqualificazione dell’area, un’ipotesi che farebbe gola a qualsiasi investitore immobiliare, vista la centralità dell’impianto e le potenzialità di sviluppo commerciale del quartiere circostante.
La febbre americana non risparmia la Serie A
Inserire il Torino in questo contesto significa comprendere appieno le logiche che muovono il mercato. Il campionato italiano è ormai un mercato maturo per i fondi statunitensi, che già controllano realtà come Inter, Milan, Roma, Atalanta e Fiorentina, solo per citare le più blasonate, e che vedono nella crescita del brand Serie A un volano per plusvalenze future.
L’interesse per il club granata, dunque, si inserisce in un trend consolidato: non si tratta di un fenomeno isolato, ma di un flusso costante di capitali che cerca club storici, magari con margini di miglioramento gestionale, da rilanciare con logiche aziendali e di marketing.
Per Cairo, che ha sempre governato il club con il timone del bilancio in mano, l’operazione rappresenterebbe l’uscita di scena dopo 21 anni. L’imprenditore, che ha letteralmente ricostruito la società dalle ceneri del fallimento del 2005, ha immesso di tasca propria circa 80 milioni di euro in due decenni, cercando di tenere il Toro in una zona di comfort finanziario che oggi appare sempre più incompatibile con le richieste del calcio moderno.
Se da un lato si parla di tre offerte concrete già presentate a Bank of America, dall’altro la distanza tra domanda e offerta potrebbe ancora essere ampia, soprattutto se Cairo dovesse mantenere una valutazione superiore ai 200 milioni senza che sia stata ancora risolta la spinosa questione della concessione dello stadio.




