Stabilicum, la nuova legge elettorale che cambia le regole del gioco a sei mesi dal voto
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Redazione Interno
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È stato depositato a Montecitorio e a Palazzo Madama, nel gelo di una finestra parlamentare che si chiuderà tra non molto, il testo che la maggioranza ha ribattezzato “Stabilicum” con un’ambizione esplicita, quasi didascalica: garantire, nelle intenzioni dei proponenti, governabilità e stabilità laddove il “Rosatellum”, in vigore dal 2017, sembra oggi restituire l’immagine di un Parlamento troppo frammentato per tradurre il voto in una maggioranza solida. L’intesa, maturata nel corso di una notte di trattative tra i partiti del centrodestra, ha trovato la sua sintesi in tre articoli destinati a riscrivere le regole del prossimo appuntamento elettorale, con un impianto che abbandona il sistema misto per approdare a una formula proporzionale corretta da un premio di maggioranza. I numeri per l’approvazione, almeno stando alla consistenza dei gruppi parlamentari, ci sarebbero: servirebbe la maggioranza semplice in ciascun ramo, un obiettivo che la coalizione che sostiene il governo ritiene di poter centrare senza eccessive sorprese, anche se il percorso in Commissione Affari costituzionali si preannuncia già in salita, come conferma la nomina di quattro relatori – uno per ogni forza di maggioranza – chiamati a gestire un iter che fin dall’inizio appare esposto a continui rinvii e aggiustamenti.
Come funziona il meccanismo del proporzionale con premio e quando scatta il ballottaggio
Il cuore della riforma, e ciò che la distingue radicalmente dall’attuale “Rosatellum”, è l’abolizione dei collegi uninominali, fatta salva qualche eccezione per le regioni a statuto speciale come Valle d’Aosta e Trentino-Alto Adige. Al loro posto subentra un sistema proporzionale che si gioca tutto su collegi plurinominali, dove l’elettore troverà liste bloccate: potrà esprimere la sua preferenza per la lista o la coalizione, ma non potrà più indicare il nome del singolo candidato, una caratteristica che ha già acceso un dibattito acceso tra chi, come Fratelli d’Italia, si dice pronto a presentare emendamenti per reintrodurre le preferenze, e chi invece guarda a questa soluzione con favore per la sua semplicità gestionale. L’elemento di maggiore innovazione, però, è il premio di maggioranza: 70 seggi alla Camera e 35 al Senato vengono assegnati automaticamente alla coalizione o alla lista che supera la soglia del 40 per cento dei voti validi a livello nazionale. Non si tratta di un premio variabile, ma di un meccanismo fisso che, secondo le simulazioni realizzate da YouTrend per SkyTg24, trasformerebbe un vantaggio anche di pochi punti percentuali in una maggioranza parlamentare ampia, garantendo allo schieramento vincente circa il 57 per cento dei seggi. Se nessuna coalizione dovesse raggiungere il 40 per cento, si apre una seconda fase: il ballottaggio, ma solo a condizione che le due forze più votate abbiano ottenuto almeno il 35 per cento dei consensi; qualora nessuna raggiungesse neppure questa soglia, si procederebbe con un proporzionale puro, senza alcun premio.
Il nodo della soglia di sbarramento e la questione delle liste bloccate
A completare il quadro normativo, rimane in vigore la soglia di sbarramento al 3 per cento per le singole liste che non fanno parte di coalizioni, un paletto che rischia di lasciare fuori dal Parlamento formazioni come Azione o Futuro Nazionale, attualmente attestate su percentuali che oscillano intorno a quella cifra. Le coalizioni, invece, beneficiano di un meccanismo che consente ai partiti minori di eleggere parlamentari anche senza raggiungere individualmente il 3 per cento, a patto che il loro aggregato superi la soglia e che la lista minore abbia ottenuto almeno l’1 per cento. Sul fronte delle preferenze, la situazione rimane fluida: il testo depositato prevede liste bloccate, ma Giovanni Donzelli, esponente di Fratelli d’Italia, ha già fatto sapere che il partito presenterà emendamenti per introdurre la possibilità di esprimere preferenze, una posizione che trova scettici in Lega e Forza Italia, lasciando il punto in sospeso fino a un vertice dei leader che dovrebbe sciogliere gli ultimi nodi. Un altro elemento di novità riguarda l’indicazione del candidato alla presidenza del Consiglio, che non comparirà più sulla scheda elettorale ma dovrà essere indicato da ciascuna coalizione nel programma presentato al Viminale, una soluzione che per il centrosinistra potrebbe tradursi nella necessità di organizzare primarie per individuare il proprio leader.
Le reazioni e i numeri che dividono il Parlamento sull’impianto della riforma
Mentre la maggioranza definisce il testo come “un sistema chiaro e coerente” in grado di assicurare una “traduzione fedele del consenso elettorale”, le opposizioni hanno assunto sin da subito una posizione di netta chiusura. Elly Schlein ha parlato di un meccanismo “molto distorsivo della rappresentanza”, con premi alti e senza limiti che rischierebbero di consegnare a chi vince le elezioni anche la possibilità di eleggere da solo il prossimo capo dello Stato. I dem hanno sottolineato come la fretta della maggioranza, in un paese attraversato da emergenze economiche e sociali, sia dettata dalla “paura di perdere” alle prossime elezioni, mentre il deputato Angelo Bonelli ha definito l’operazione un segnale di “profonda preoccupazione” per la gestione della campagna elettorale. A maggior ragione dopo la vittoria del “No” al referendum sulla giustizia, le opposizioni hanno escluso la possibilità di accordi o blitz a colpi di maggioranza, annunciando battaglia in aula su un testo che, secondo alcuni costituzionalisti come Stefano Ceccanti, rischierebbe la bocciatura della Corte se il premio dovesse eccedere il 55 per cento dei seggi, un paletto che nella formulazione attuale sarebbe stato superato. Le simulazioni, del resto, fotografano una situazione politica fluida: con l’attuale “Rosatellum” nessuna coalizione avrebbe i numeri per governare da sola, mentre con lo “Stabilicum” il centrodestra si ritroverebbe con 228 seggi alla Camera e 113 al Senato, un margine di 27 e 10 scranni oltre la maggioranza assoluta. Numeri, questi, che alimentano un dibattito destinato a infiammare le prossime settimane, in un Parlamento chiamato a decidere se modificare le regole del gioco a meno di un anno dal voto.




