L'oro di Braathen, la telefonata di Tomba e il pianto: una pagina di storia sullo Stelvio
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Redazione Sport
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Non capita tutti i giorni di assistere alla nascita di una nuova potenza dello sci alpino, ma la pista Stelvio di Bormio, ieri, ha fatto registrare un terremoto destinato a cambiare la geografia di questo sport. Lucas Pinheiro Braathen, nato a Oslo venticinque anni fa ma ora orgogliosamente sotto la bandiera verdeoro del Brasile, ha vinto la medaglia d'oro nel gigante, regalando al suo Paese – e all'intero Sudamerica, va detto – il primo alloro olimpico invernale della storia. Una prestazione, la sua, che non lascia spazio a interpretazioni: primo dopo una manche iniziale semplicemente perfetta, con un crono di 1'13"92 che nessuno si è nemmeno avvicinato a impensierire -1. Marco Odermatt, il fuoriclasse svizzero atteso all'oro, ha chiuso a 95 centesimi dopo la prima discesa, un'abissale distanza che sapeva già di resa. Nella seconda run, con la neve che cadeva fitta e la pressione di chi deve difendere un sogno, Braathen ha gestito, amministrato quel vantaggio con l'intelligenza dei grandi, chiudendo con il tempo totale di 2'25"00 che vale l'oro. Dietro di lui, appunto, Odermatt, argento con 58 centesimi di ritardo, e l'altro elvetico Loic Meillard, bronzo a 1"17 -5. Per la Svizzera, una giornata comunque positiva sul podio, ma con l'amaro in bocca per un Odermatt che a questi Giochi non è ancora riuscito a salire sul gradino più alto.
La gara, va detto, ha riservato anche più di un motivo di riflessione per la squadra azzurra, e non certo positivi. L'uscita di scena di Luca De Aliprandini e Tobias Kastlunger già nella prima manche aveva messo in chiaro che non sarebbe stata la giornata dell'Italia, ma la caduta di Alex Vinatzer nella seconda è quella che brucia di più. L'altoatesino, partito con un ritardo di 59 centesimi dalla zona podio, aveva approcciato la run con la giusta cattiveria, guadagnando decimi nei primi intertempi. Poi, un errore in una curva a destra, probabilmente favorito dalla neve fresca che si era accumulata sulla lente degli occhiali, lo ha fatto scivolare fuori, chiudendo anzitempo ogni sogno di rimonta -3. Giovanni Franzoni, unico azzurro al traguardo, ha chiuso in ventiquattresima posizione, una consolazione magra per una squadra che puntava a ben altro.
Il tributo di una leggenda e le lacrime di un campione
Ci sono momenti, nello sport, che vanno oltre il cronometro e le classifiche. La vittoria di Braathen ne ha regalato uno, forse il più toccante di questa prima settimana olimpica. Mentre lo sciatore ancora cercava di realizzare la portata di ciò che aveva appena fatto – primo oro per il Brasile, primo sorriso per una nazione che la neve la vede solo in cartolina – il telefono ha squillato. Dall'altra parte, niente meno che Alberto Tomba. La chiamata, in diretta, è diventata virale in pochi minuti. "Ciao fratello mio, come stai?" ha esordito Braathen, visibilmente emozionato nel sentire la voce del campionissimo. E Tomba, con la sua inconfondibile verve: "Lucas, bravo! Congratulazioni. Medaglia d'oro per il Brasile! Riesci a crederci?" -2. A quel punto, il neo-campione olimpico non ha più retto. "Grazie mille, leggenda... No, non posso" ha risposto con la voce rotta, mentre gli occhi gli si riempivano di lacrime -7. Un passaggio di consegne ideale, tra chi lo sci lo ha scritto in italiano e chi oggi lo sta riscrivendo in portoghese, che ha aggiunto un alone epico a una giornata che già epica lo era per definizione.
Un trionfo costruito lontano dai riflettori
La medaglia di Braathen, va sottolineato, non è frutto del caso o di una giornata di grazia. L'atleta, che fino al 2023 difendeva i colori della Norvegia, aveva già messo in mostra il suo talento vincendo la Coppa del Mondo di slalom speciale nella stagione 2022-2023. La scelta di passare al Brasile – la madre è di San Paolo – è stata una scommessa personale e sportiva, fatta per allargare gli orizzonti di uno sport che troppo spesso si chiude nei confini alpini. La prima manche di ieri è stata una lezione di sci: partito con il pettorale numero uno, ha imposto un ritmo così alto che i favoriti, uno dopo l'altro, hanno dovuto arrendersi all'evidenza. Odermatt, nonostante i tentativi, non ha mai impensierito più di tanto quel tempo di riferimento, e il divario di 95 centesimi racconta di una superiorità netta, quasi imbarazzante -5. Nella seconda manche, con la neve che complicava i piani e il Titolo olimpico a un passo, il brasiliano ha sciato con la testa del veterano, non il del venticinquenne: ha chiuso con l'undicesimo tempo di run, ma quel che bastava per tenere dietro tutti.
Le dichiarazioni a caldo e la delusione elvetica
Nell'intervista post-gara, ancora umido per la neve e per le lacrime, Braathen ha provato a mettere in fila le parole. "Non so cosa dire, un brasiliano campione olimpico nello sci alpino" ha esordito, quasi incredulo. Ha parlato di sogni, di ostinazione, di un Paese che da oggi potrà festeggiare qualcosa di mai visto prima. Un messaggio semplice, diretto, che pesa come un macigno per quello che significa: aprire una breccia in uno sport dominato da norvegesi, svizzeri, austriaci. Di fronte, la delusione di Marco Odermatt, ancora una volta fermo sul secondo gradino del podio. Per il fuoriclasse rossocrociato, arrivato a questi Giochi con i favori del pronostico, questo secondo posto (dopo l'argento in combinata e il bronzo in supergigante) inizia ad avere il sapore amaro di un'occasione persa. La squadra svizzera, comunque, può sorridere per il doppio podio con Meillard, ma il pensiero va a quell'oro che sembrava destino e che invece è volato dall'altra parte dell'Oceano.




