“Aldro vive” senza fondi statali, il regista Benati: «Faremo lo stesso le riprese»

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Redazione Cultura e Spettacolo Redazione Cultura e Spettacolo   -   Il cinema come atto di resistenza, prima ancora che come espressione artistica. Manuel Benati, 25 anni, reggiano di Novellara, ha le idee chiare. Il suo film, ‘Aldro vive’, dedicato alla vicenda di Federico Aldrovandi — il diciottenne ucciso nel 2005 durante un controllo di polizia a Ferrara — ha appena ricevuto il "no" definitivo per i finanziamenti del Ministero della Cultura (MiC), nella cui commissione di valutazione c’è anche l’ex parlamentare reggiana della Lega (con un passato in Forza Italia) Benedetta Fiorini, la quale interpellata da noi a riguardo, non ha commentato: "Sulle scelte, non possiamo parlare per regolamento". Una bocciatura, questa, che arriva a stretto giro di posta dopo quella analoga inflitta al documentario sulla morte del ricercatore Giulio Regeni; un segnale che, per Benati, assume i contorni di un inquietante riconoscimento. "Immagino sia la tematica a disturbare", ha dichiarato con amarezza il giovane regista, il quale si trova ad affrontare la terza bocciatura consecutiva da parte della commissione.

Un silenzio che dura da vent’anni

Se la prima volta, come spiega lo stesso Benati, mancava solo un punto per accedere al finanziamento, nelle ultime due tornate il punteggio attribuito al progetto è inspiegabilmente crollato, quasi a costituire, nelle sue parole, "un invito a non presentarla nemmeno più". Un ostracismo che non ha però scalfito la determinazione del regista, il quale annuncia che le riprese inizieranno comunque a settembre a Ferrara. "Sarà un film di finzione – precisa Benati – l’ho scritto parlando anche con i genitori di Aldrovandi. Racconterà la lunga strada per arrivare alla verità". A fare domanda per l'opera è stata la casa di produzione romana Controlucem di Stefano Muroni, la quale ha sostenuto un lavoro di sceneggiatura durato due anni, condotto in maniera silenziosa e riservata proprio accanto alla famiglia della vittima.

Patrizia Moretti, la madre di Federico, commenta l’ennesima esclusione dai contributi pubblici con una rassegnazione che sa di amarezza storica. "Siamo alle solite – attacca la donna, riferendosi a quanto accaduto anche per il film su Regeni –. Di questi temi, come l’omicidio di Federico, non si doveva parlare. C’era una strategia di insabbiamento e si va avanti così. È meglio che il silenzio copra tutto". Nel farlo, Moretti lega la decisione a un filo rosso che attraversa tutta la vicenda giudiziaria e mediatica del figlio, ricordando come già nel 2005 attorno alla sua morte si fosse costruita una "strategia del silenzio", fatta di difficoltà nel far emergere le notizie e resistenze anche nel mondo dell’informazione.

Una ferita ancora aperta per la città di Ferrara

La mancata concessione del contributo ministeriale – che segue di pochi giorni l’analoga esclusione per un’altra produzione emiliana, "Piercing" di Margherita Ferri – non ha convinto i legali della famiglia sull’assoluta trasparenza della valutazione tecnica. Fabio Anselmo, storico avvocato degli Aldrovandi, parla senza mezzi termini di "una ferita aperta nella coscienza di questo Paese e nella storia di Ferrara, una città che quella notte non l’ha mai davvero dimenticata". Secondo il legale, escludere che una vicenda del genere sia di interesse pubblico per il racconto cinematografico significa "assumersi una responsabilità che va oltre una valutazione tecnica". Non è la prima volta, del resto, che un progetto dedicato al ragazzo di via Ippodromo si ferma davanti agli scogli burocratici; era già accaduto anni fa, tra presentazioni e conferenze, poi spazzate via dal nulla.

Il cinema come dovere civile oltre il giudizio della commissione

Ciò che brucia, più del diniego in sé, è la sensazione che si tratti di una scelta pubblica precisa: decidere cosa merita di essere sostenuto e cosa no, orientando di fatto la memoria collettiva. L’avvocato Anselmo sottolinea come "non si tratta di un'iniziativa privata che non trova le risorse, ma di una scelta pubblica". Ed è qui che nasce la delusione per chi, come i produttori di Controluce, già noti per l’impegno civile in opere sul terremoto dell’Emilia e su figure come don Giovanni Minzoni, ha creduto che raccontare Federico fosse "un dovere civile prima ancora che artistico". Benati, fresco di diploma alla scuola di Cinema di Ferrara Florestano Vancini, non intende fermarsi. L’assenza di contributi statali pesa, ma non ferma la macchina organizzativa. "Forse tutto questo rumore dà ancora fastidio a qualcuno, dopo vent’anni", aveva anticipato Patrizia Moretti, auspicando che qualcuno trovi il coraggio di riconoscere che certe storie non chiedono spazio, ma lo pretendono. Il messaggio che arriva da Benati è comunque limpido: se le istituzioni scelgono il silenzio, sarà la forza della narrazione indipendente a dare voce a chi non c’è più.

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