Beppe Grillo cita in tribunale Giuseppe Conte per la titolarità del nome e del simbolo del M5s

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Redazione Interno Redazione Interno   -   La contesa, che sembrava essersi sopita dopo l’eliminazione del ruolo di garante avvenuta alla fine del 2024, si riaccende ora con una virulenza inedita, trasferendosi dal piano politico a quello squisitamente giudiziario. Beppe Grillo, attraverso l’associazione “Movimento 5 Stelle” con sede a Genova, ha notificato un atto di citazione al Tribunale di Roma nei confronti del partito oggi guidato da Giuseppe Conte, rivendicando formalmente la piena titolarità del nome e del simbolo pentastellato. La prima udienza, secondo quanto emerso dalle prime ricostruzioni, è attesa per i primi giorni del mese di luglio, segnando l’inizio di una battaglia legale che si preannuncia lunga e complessa.

L’atto di citazione e la posizione di chi sta con Grillo

A confermare l’avvio dell’azione legale è stato, con un post su Facebook, Marco Bella, ex parlamentare e da sempre vicino al fondatore. Il suo intervento, carico di una retorica aspra e senza mezzi termini, delinea il perimetro della disputa così come viene percepita dalla cerchia di Grillo. “In un mondo normale – scrive Bella – se io Beppe Grillo ti concedo a te Giuseppe Conte di usare qualcosa che mi appartiene, non servirebbe alcuna azione legale affinché tu, Giuseppe Conte, mi restituisca ciò che non è affatto tuo”. La premessa, secondo questa ricostruzione, è che il nome e il simbolo siano sempre rimasti di proprietà dell’associazione originaria di Genova, fondata nel 2009, e che l’attuale struttura politica con sede a Roma ne abbia avuto solo una concessione d’uso, concessione che l’attuale leadership avrebbe ormai tradito trasformando il movimento in un partito tradizionale.

La strategia legale e la struttura giuridica del movimento

La causa, depositata dagli avvocati Matteo Gozzi e Giulio Enea Vigevani, si basa su una ricostruzione precisa della storia giuridica del Movimento. Si parte dal 2009, con la nascita di quella che Grillo stesso definiva provocatoriamente una “non-associazione”, passando per l’associazione politica fondata a Genova nel 2012 fino ad arrivare al 2017, quando Luigi Di Maio e Davide Casaleggio fondarono a Roma una nuova associazione per gestire l’attività nelle istituzioni. Secondo la tesi sostenuta nell’atto di citazione, lo statuto di quest’ultima prevedeva chiaramente che il simbolo restasse di proprietà dell’ente genovese e che fosse concesso in uso. Un passaggio cruciale è rappresentato dall’evoluzione successiva: l’abolizione del limite del doppio mandato, avvenuta durante la gestione Conte, viene indicata come la prova più evidente dell’abbandono dei principi fondanti, assieme alla trasformazione in senso “presidenzialista” che ha attribuito poteri estesi al vertice del partito.

La reazione dell’attuale leadership del M5s

La risposta da parte del Movimento 5 Stelle guidato da Giuseppe Conte non si è fatta attendere ed è affidata alle parole del deputato Alfonso Colucci. L’esponente pentastellato definisce l’iniziativa “assolutamente infondata” e ribalta completamente la prospettiva giuridica. “La vita democratica di una comunità politica non può né deve essere piegata a logiche padronali”, afferma Colucci, sostenendo che la pretesa di Grillo di ritenersi proprietario degli elementi identificativi del Movimento sia “impropria e assurda”. Secondo questa linea difensiva, il nome e il simbolo appartengono alla comunità degli iscritti, così come sarebbe stato chiarito durante l’Assemblea Costituente che nel 2024 ha provveduto a cancellare la figura del garante. L’attuale dirigenza annuncia che risponderà con fermezza in giudizio, non escludendo anzi la possibilità di avanzare una richiesta di risarcimento danni per quella che viene definita una “lite temeraria”.

Le implicazioni del contendere giudiziario

Il giudice civile di Roma sarà chiamato a dirimere una questione che affonda le radici nella natura giuridica di una delle formazioni politiche più anomale del panorama italiano. Sul tavolo non c’è solo la proprietà di un logo o di una denominazione, ma il controllo dell’identità politica. Se la causa venisse accolta, Giuseppe Conte si troverebbe costretto a cambiare nome e simbolo al suo partito, dovendo abbandonare il marchio storico che ha accompagnato l’ascesa del Movimento fin dal 2009. Dal punto di vista della proprietà intellettuale, il fulcro della disputa riguarda il rapporto tra l’associazione genovese e quella romana: un rapporto che, secondo i legali di Grillo, non si è mai trasformato in una cessione definitiva, ma che secondo la controparte si è risolto nella naturale evoluzione di un soggetto politico i cui valori, ormai, appartengono esclusivamente alla collettività dei suoi militanti. La data di luglio rappresenta dunque il primo appuntamento formale di una sfida che promette di tenere banco nei prossimi mesi, intrecciando inestricabilmente il piano del diritto con quello della storia politica recente.

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