L’Italia e l’intelligenza artificiale, quel divario tra promesse e realtà che frena il sistema produttivo

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ECONOMIA

Redazione Economia Redazione Economia   -   ROMA – Se dovessimo fotografare il momento dell’Italia di fronte alla rivoluzione tecnologica più dirompente del decennio, l’immagine sarebbe quella di un Paese che cammina, sì, ma con le scarpe slacciate: il digitale avanza, il lavoro agile si consolida, eppure l’adozione dell’intelligenza artificiale – o, per meglio dire, una sua implementazione strategica – resta un miraggio per la maggior parte del tessuto imprenditoriale. corrierecomunicazioni +3

Solo un’impresa su venti, secondo le ultime rilevazioni, ha effettivamente avviato una trasformazione strutturale basata sull’IA, un dato che ci colloca ben al di sotto della media europea e che impone una riflessione spietata sulla natura di questa lentezza tutta italiana. datamanager +3

L’arretratezza tecnologica in cifre: l’Italia fanalino di coda in Europa

La fotografia scattata dagli istituti di statistica non lascia spazio a interpretazioni ottimistiche. Appena il 19,9% degli italiani tra i 16 e i 74 anni ha utilizzato strumenti di intelligenza artificiale nel corso dell’ultimo anno, a fronte di una media europea che supera abbondantemente il 32%.

Peggio di noi, in tutta l’Unione, fa solo la Romania con il suo 17,8%. cremonaoggi +3

Un dato, quest’ultimo, che assume contorni ancora più preoccupanti se lo confrontiamo con la performance dei nostri principali partner commerciali: Francia, Germania e Spagna viaggiano su livelli di utilizzo decisamente più elevati, e la forbice, anziché chiudersi, rischia di allargarsi ulteriormente nei prossimi mesi. datamanager +3

A livello globale, la percentuale di adulti in età lavorativa che ricorre regolarmente all’IA si attesta sul 17,8%, ma con un’accelerazione significativa nei paesi più sviluppati dove si tocca quota 27,5%. Gli Emirati Arabi guidano la classifica con un sorprendente 70,1%, seguiti da Singapore e Norvegia.

Insomma, mentre il mondo corre, l’Italia non solo arranca, ma sembra quasi assistere impassibile al passaggio di un treno che, forse, ha già iniziato a fischiare troppo lontano. agendadigitale +3

Il paradosso delle Pmi: interesse diffuso, applicazione concreta latita

Uno degli aspetti più contraddittori di questa transizione mancata è il divario, enorme e vistoso, che separa l’interesse teorico per l’intelligenza artificiale dalla sua applicazione pratica nelle piccole e medie imprese, che poi sono il vero motore dell’economia italiana. tomshw +3

Secondo una ricerca condotta da Grenke Italia, solo il 32% delle aziende intervistate collega già l’IA a risultati concreti – che si tratti di efficienza operativa o di crescita del fatturato – mentre un altro 35% lo fa solo in parte e, ciò che più conta, un residuale 32% non ha ancora stabilito alcun nesso tra l’uso di queste tecnologie e i propri obiettivi di business.

Tra il dire e il fare, insomma, c’è di mezzo quel mare di perplessità, vincoli economici e lacune culturali che da sempre caratterizzano l’approccio nazionale all’innovazione. datamanager +3

Alessandro Aresu, analista geopolitico e strategico, autore del saggio “Geopolitica dell’intelligenza artificiale”, offre una chiave di lettura che merita attenzione: «Non bisogna fare l’errore di considerare l’intelligenza artificiale qualcosa di completamente nuovo: è una diversa modalità di sviluppo della digitalizzazione».

E aggiunge, con un realismo che suona quasi come un monito, che in Italia «lo sviluppo del digitale non è ancora abbastanza pervasivo» da sostenere un salto di qualità nell’IA. ilgiorno +3

Il ragionamento dell’esperto, che è anche consigliere scientifico di Limes, sposta il baricentro del problema dalla tecnologia alle infrastrutture: senza una solida base di digitalizzazione diffusa, qualsiasi discorso sull’intelligenza artificiale rischia di rimanere pura astrazione. ilsole24ore +3

I costi, le competenze e quella prudenza che diventa paralisi

Se guardiamo ai numeri delle infrastrutture digitali, emergono crepe preoccupanti. Più di sei Pmi su dieci (il 61% per la precisione) indicano nei costi la barriera principale all’adozione delle nuove tecnologie, e quasi la metà (il 48%) non ha in programma di implementare strumenti basati sull’IA nell’anno a venire.

Ma non è solo una questione di budget: le aziende italiane, quelle che pure l’IA la utilizzano già, lo fanno perlopiù in ambiti circoscritti come l’automazione del supporto clienti, l’estrazione di dati o le attività previsionali. agenziagiornalisticaopinione +3

Manca, insomma, una visione strategica complessiva, quella capacità di integrare l’intelligenza artificiale nei processi decisionali che distingue un’impresa innovativa da una che si limita a inseguire la moda del momento. milanofinanza +3

E c’è poi il nodo, forse il più strutturale, delle competenze digitali di base. Secondo i dati diffusi dal Sole 24 Ore, solo il 54,3% della popolazione italiana possiede competenze digitali almeno di base, un dato che ci colloca ben al di sotto della media Ue del 60,4%. Una carenza che, come un macigno, appesantisce qualsiasi tentativo di accelerazione e che spiega, almeno in parte, perché l’IA fatica a decollare nonostante l’interesse dichiarato. datamanager +3

Senza persone capaci di usare questi strumenti – e, soprattutto, di capirne i limiti – ogni investimento rischia di rivelarsi sterile o, nel peggiore dei casi, controproducente. agendadigitale +3

La sfida culturale: superare la logica dell’improvvisazione

La ricerca condotta da Grenke Italia aggiunge un ulteriore tassello a questo mosaico frammentato: il 35% delle aziende, si diceva, collega solo parzialmente l’IA ai propri obiettivi, e un altro 32% non lo fa affatto.

Tradotto in termini concreti, significa che due terzi del nostro tessuto imprenditoriale utilizza l’intelligenza artificiale – quando la utilizza – in maniera timida, disorganizzata e spesso casuale, senza una bussola in grado di orientare gli sforzi verso risultati misurabili. agendadigitale +3

Ne derivano vantaggi modesti, quando non nulli, e il rischio concreto che la delusione iniziale generi un rigetto prematuro verso tecnologie le cui potenzialità, peraltro, sono ancora tutte da esplorare.

La sfida, allora, è meno tecnica di quanto si creda: è innanzitutto culturale, e riguarda la capacità di fare sistema, di investire in formazione e di superare quella logica dell’emergenza che da sempre penalizza il medio periodo in questo Paese. milanofinanza +3

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