Google spegne il monitoraggio del dark web, uno strumento giudicato poco utile

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Redazione Scienza e Tecnologia Redazione Scienza e Tecnologia   -   L'azienda di Mountain View ha ufficialmente comunicato la dismissione di uno dei suoi servizi di sicurezza, il cosiddetto Dark Web Report, che cesserà di esistere a partire dal prossimo 16 febbraio. La decisione, che segue una raccolta di feedback tra coloro che ne avevano fatto uso, è motivata dalla sua presunta scarsa utilità pratica, nonostante l'indubbio fascino di un tool capace di setacciare gli angoli più remoti della rete. Strumenti del genere, che promettevano un controllo proattivo sulla diffusione illecita di informazioni personali, devono infatti tradursi in indicazioni chiare e azioni concrete per gli utenti, un obiettivo che, stando a quanto emerso, il report non è riuscito a centrare in maniera soddisfacente.

L'ambizioso progetto e il suo funzionamento

Lanciato in via esclusiva per gli abbonati al piano Google One e successivamente esteso a tutti gli utenti, il servizio lavorava in silenzio, scandagliando i meandri del dark web alla ricerca di tracce riconducibili all'indirizzo email associato all'account. Quando individuava qualcosa – che si trattasse di un nome, una data di nascita, una password o altri dati finiti nelle maglie di una violazione informatica – provvedeva ad avvisare l'interessato attraverso una comunicazione elettronica il cui oggetto, "Hai nuovi risultati del dark web", suscitava inevitabilmente un moto di apprensione. Cliccando sul link si accedeva a una pagina che elencava, con fredda precisione, i siti e le fonti dalle quali le informazioni personali erano trapelate, offrendo una fotografia spesso cruda della propria esposizione digitale.

La fine annunciata e le ragioni di un fallimento

Ora, quella finestra su un mondo normalmente invisibile si sta chiudendo. La mail che in queste ore sta raggiungendo gli utenti, con il Titolo "Un aggiornamento sul report del dark web", non porta novità incoraggianti ma segna semplicemente la fine dell'esperimento. Google, dopo aver valutato con attenzione le impressioni di chi ha utilizzato lo strumento nel corso di circa un anno e mezzo, ha infatti concluso che esso non forniva un reale valore aggiunto in termini di protezione attiva. La mera segnalazione di una compromissione, senza passaggi operativi ben definiti per rimediare o contenere il danno, si è rivelata un vicolo cieco, lasciando molti nella frustrante posizione di sapere di essere stati vittima di un furto di dati senza avere strumenti immediati per reagire, se non il consiglio generico di cambiare le proprie credenziali.

Cosa resta e lo scenario futuro per la sicurezza

Con lo spegnimento del servizio, scompare una delle funzionalità più innovative proposte dal colosso tecnologico negli ultimi anni in ambito di privacy proattiva. La scommessa di offrire un monitoraggio automatizzato e costante delle proprie informazioni personali nel mercato sommerso dei dati si è infranta contro la complessità della gestione post-allerta. Gli utenti, che da febbraio non riceveranno più quelle notifiche, si troveranno a dover fare a meno di un canale diretto, per quanto imperfetto, di informazione sulle violazioni subite. Rimane la consapevolezza, ormai acquisita, che la protezione delle identità digitali richiede strumenti più dinamici e integrati, capaci non solo di lanciare un allarme ma anche di guidare concretamente verso la soluzione del problema, un campo nel quale le aziende del settore sono chiamate a innovare senza sosta.

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