Bergamo, Monia Bortolotti assolta per l'uccisione dei due figli neonati
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Redazione Interno
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La Corte d’Assise di Bergamo ha pronunciato una sentenza di assoluzione nei confronti di Monia Bortolotti, la donna di 29 anni di Pedrengo accusata della morte dei suoi due figli, Alice e Mattia, scomparsi nel giro di pochi mesi tra il 2021 e il 2022. I giudici, dopo una lunga camera di consiglio, hanno stabilito che per la piccola Alice, deceduta a soli due mesi, l’accusa di omicidio non trova un riscontro probatorio sufficiente a sostenere la colpevolezza dell’imputata, dichiarando pertanto che il fatto non sussiste. Un percorso giudiziario, il suo, che si è snodato attraverso fasi processuali differenti per ciascuno dei due tragici episodi, evidenziando la complessità di casi che toccano le corde più profonde della psiche umana.
L'incapacità di intendere e di volere
Per quanto riguarda il secondogenito Mattia, la cui vita si è spenta a quattro mesi, la Corte ha invece accolto le conclusioni della perizia disposta in incidente probatorio, la quale ha attestato in modo categorico la totale incapacità di intendere e di volere di Monia Bortolotti al momento dei fatti. Ne consegue, come previsto dall’ordinamento giuridico italiano, la non imputabilità per la donna, la quale, sebbene non punibile con una condanna penale, è stata giudicata socialmente pericolosa. Una valutazione, questa, che trae origine dalla gravità degli accadimenti e dalla necessità di bilanciare l’esito assolutorio con l’imperativo di tutela collettiva.
Il destino nella Rems
Proprio in ragione di tale pericolosità sociale, il collegio giudicante – presieduto da Patrizia Ingrascì e composto, tra gli altri, dal giudice a latere Andrea Guadagnino e da una giuria popolare a prevalenza femminile – ha disposto che per la Bortolotti sia applicata una misura di sicurezza. La donna dovrà quindi trascorrere non meno di dieci anni all’interno di una Rems, una struttura psichiatrica appositamente concepita per chi, come nel suo caso, necessita di cure e di un controllo stringente. Queste residenze, che sostituiscono i vecchi ospedali psichiatrici giudiziari, rappresentano il luogo dove il percorso sanitario si interseca con le esigenze di sicurezza derivate da una sentenza.
Un fenomeno che interroga la società
Il caso della donna di Pedrengo, per la sua drammaticità, riporta l’attenzione su un fenomeno purtroppo non marginale, come quello degli infanticidi, che in Italia ha registrato oltre cinquecento episodi nel corso degli ultimi venticinque anni. Si tratta di eventi che, al di là del clamore cronachistico, impongono una riflessione articolata sulle fragilità individuali e sui sostegni che la società è in grado di offrire, specialmente in contesti di profonda vulnerabilità. Le indagini che hanno portato al processo, del resto, hanno spesso messo in luce dinamiche psicologiche intricate, nelle quali il confine tra responsabilità penale e malattia mentale diventa labile e di non facile interpretazione per gli stessi organi giudicanti.




