La Nasa spegne un altro strumento sulla Voyager 1 per allungare la missione

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Redazione Scienza e Tecnologia Redazione Scienza e Tecnologia   -   La corsa contro il tempo, se così si può definire il lento e inesorabile decadimento di un generatore nucleare lanciato nello spazio nel lontano 1977, ha costretto gli ingegneri del Jet Propulsion Laboratory a compiere una scelta drastica ma inevitabile. I comandi inviati lo scorso 17 aprile, che hanno viaggiato per oltre ventitré ore prima di raggiungere l’obiettivo a più di 25 miliardi di chilometri di distanza, hanno disattivato il Low-Energy Charged Particles experiment (LECP) a bordo della sonda Voyager 1. Questo spegnimento, che rappresenta l’ottavo strumento scientifico messo a riposo dalla celebre sonda, non è stato casuale, bensì dettato da un’improvvisa fluttuazione negativa dei livelli di potenza registrata durante una manovra di routine lo scorso febbraio.

Un’emergenza silenziosa a 25 miliardi di chilometri

Quando si parla di sonde gemelle che hanno ormai superato i confini dell’eliopausa, entrando in quello che gli esperti definiscono spazio interstellare, ogni watt prodotto diventa una risorsa da spartire con il bilancino. La Voyager 1, alimentata da un generatore termoelettrico a radioisotopi (lo stesso principio che sfrutta il calore del decadimento del plutonio-238 per produrre elettricità), perde circa 4 watt di potenza ogni anno. Il calo inaspettato di febbraio, se non fosse stato compensato tempestivamente, rischiava di innescare il sistema di protezione da sottotensione, un meccanismo di sicurezza che avrebbe spento autonomamente i componenti per salvaguardare il nucleo della sonda, costringendo il team sulla Terra a un complesso e rischioso lavoro di recupero. Kareem Badaruddin, responsabile della missione Voyager al JPL, ha spiegato che, sebbene nessuno sia felice di disattivare uno strumento scientifico, questa era l’unica opzione praticabile per evitare conseguenze peggiori.

L’eredità scientifica del Lecp e le due sopravvissute

Lo strumento ora silenziato, il Lecp, era stato progettato per misurare ioni, elettroni e raggi cosmici, fornendo dati fondamentali sulla struttura del mezzo interstellare, come i fronti di pressione e le variazioni di densità delle particelle. Insieme a lui, negli anni, sono caduti nel silenzio anche altri esperimenti, compreso il Sottosistema dei Raggi Cosmici disattivato solo lo scorso marzo. Tuttavia, il viaggio non è finito. A bordo della Voyager 1 restano attivi due strumenti scientifici: uno dedicato alla rilevazione delle onde di plasma e l’altro specializzato nella misurazione dei campi magnetici. Questi due sensori, che continuano a trasmettere dati da una regione in cui nessun altro oggetto costruito dall’uomo è mai arrivato prima, rappresentano l’ultimo baluardo operativo della missione più longeva della Nasa.

Il ‘Big Bang’ in programma per l’estate

Lo spegnimento del Lecp, sebbene doloroso, non è stato un atto finale ma piuttosto una manovra dilatoria per guadagnare tempo prezioso. Secondo le stime degli ingegneri, questa operazione garantirà alla Voyager 1 circa un anno di “respiro” operativo. Questo lasso di tempo sarà utilizzato per perfezionare un intervento più complesso e ambizioso, ribattezzato internamente ‘Big Bang’. L’idea, tanto geniale quanto rischiosa data la distanza siderale, consiste nel sostituire un intero gruppo di dispositivi alimentati con alternative a basso consumo, intervenendo sulla gestione termica e operativa della sonda in modo da ottimizzare l’energia residua. I test per questa procedura inizieranno prima sulla Voyager 2, che si trova più vicina alla Terra (a circa 21 miliardi di chilometri) e dispone ancora di un margine di potenza leggermente superiore, rendendola un banco di prova più sicuro. Se i test previsti tra maggio e giugno avranno esito positivo, il ‘Big Bang’ verrà applicato alla Voyager 1 non prima di luglio. Nel frattempo, un piccolo motore da 0,5 watt all’interno del Lecp è stato lasciato acceso, lasciando aperta la flebile possibilità di riaccendere lo strumento qualora il piano di risparmio energetico dovesse funzionare.

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