La procura di Milano indaga sui "turisti cecchini" dell'assedio di Sarajevo

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Redazione Interno Redazione Interno   -   L'orrore, che per quasi quattro anni tenne sotto scacco una città intera, torna oggi a parlare la lingua asciutta degli atti giudiziari, mentre la procura di Milano, ricevuto un esposto, ha aperto un fascicolo d'inchiesta su uno degli aspetti più crudeli e meno conosciuti di quell'assedio: la macabra presenza dei cosiddetti "turisti cecchini". Secondo le ricostruzioni, che prendono forma dalle dichiarazioni dello scrittore milanese Ezio Gavazzeni, ricchi stranieri – e tra loro si sospetta ci fossero anche italiani – avrebbero pagato per assistere e, in alcuni casi, per unirsi ai tiratori scelti dell'esercito serbo-bosniaco, trasformando la sofferenza di una popolazione in un "safari umano". Partivano, si dice, da Trieste nel fine settimana, per fare ritorno alle loro vite la domenica sera, dopo aver vissuto l'ebbrezza perversa di puntare il mirino su persone inermi, sapendo che per l'uccisione di un bambino il prezzo da corrispondere ai miliziani era persino più alto.

Il racconto dell'assedio e la caccia all'uomo

Dalle colline che cingono Sarajevo, centinaia di cecchini serbo-bosniaci tenevano in scacco la città, colpendo con metodica crudeltà chiunque si muovesse per le strade, fossero donne, anziani o bambini intenti a recuperare un bene di prima necessità. In quel contesto di violenza indiscriminata, che definì l'assedio più lungo della storia moderna, trovarono spazio dinamiche che superano ogni immaginazione, come la possibilità, per individui benestanti, di pagare per vivere quell'esperienza aberrante. "Non è mai troppo tardi per la giustizia", ha affermato un'attivista di Sarajevo, sottolineando come, a distanza di tre decenni, "questi cacciatori di uomini assassini si sono trasformati in prede" di un'indagine che, seppur tardiva, accende un faro su quelle atrocità.

La testimonianza dell'ex sindaca e le prospettive dell'inchiesta

Un elemento di notevole rilievo per le indagini coordinate dall'ufficio del procuratore Marcello Viola è la disponibilità a collaborare espressa dall'ex sindaca di Sarajevo, la quale ha dichiarato di essere pronta a testimoniare e ha aggiunto che alcuni dei cecchini coinvolti in quelle azioni sono stati già identificati. La sua testimonianza, che si unisce al lavoro di documentazione portato avanti da giornalisti e filmaker locali, potrebbe fornire alle autorità italiane elementi concreti per ricostruire non solo le dinamiche dei fatti, ma anche l'identità di coloro che, da visitatori della morte, si resero complici di crimini di guerra. A loro è dedicato il libro "We, the children of Sarajevo", che raccoglie le voci di chi è cresciuto sotto il costante terrore dei cecchini.

Un parallelo inquietante con il conflitto in Ucraina

Sebbene l'inchiesta si concentri su eventi storici, un'eco di quell'orrore risuona in scenari contemporanei, come ha recentemente documentato la Commissione internazionale indipendente d'inchiesta sull'Ucraina in un rapporto presentato all'Assemblea generale delle Nazioni Unite. Il documento descrive, per il conflitto ucraino, attacchi a corto raggio contro i civili che hanno creato "un ambiente coercitivo", costringendo migliaia di persone ad abbandonare le proprie case, in una strategia che, nelle sue forme più estreme, ricorda la sistematica persecuzione della popolazione civile di Sarajevo. Questi parallelismi rendono l'indagine milanese non solo un atto di giustizia retroattiva, ma anche un monito sulla natura ripetitiva di certe brutalità belliche.

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