La strana difesa di Schlein per Meloni attaccata da Trump e il ritorno della realpolitik

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Redazione Interno Redazione Interno   -   Non era mai accaduto, almeno non con questa evidenza, che la segretaria del Partito democratico si ergesse a paladina della presidente del Consiglio, eppure è proprio quanto si è consumato tra i banchi di Montecitorio. L’attacco frontale di Donald Trump – che, ormai da più di un anno stabilmente alla Casa Bianca, ha definito Giorgia Meloni «non più la stessa persona» – ha innescato una reazione inattesa: Elly Schlein, con una mossa che molti hanno letto come un azzardo tattico, ha preso le difese della sua principale avversaria politica. «Era doveroso condannare Trump», ha spiegato lei stessa durante un briefing ristretto il giorno successivo, «perché l’Italia è un Paese libero e sovrano». Una frase che, se letta in controluce, rivela ben più di una semplice solidarietà di circostanza.

L’abbraccio nell’emiciclo che vale più di Sigonella

L’episodio, per chi ricordasse le storiche contrapposizioni tra i due schieramenti, ha assunto i contorni di una piccola sorpresa. Schlein, alzatasi nell’emiciclo mentre risuonavano le parole del capo dello Stato americano, ha voluto marcare una distanza netta da Washington, quasi a ricordare che la sovranità nazionale – concetto spesso brandito dalla destra – può diventare un’arma a doppio taglio. Qualcuno, nei corridoi del Transatlantico, ha azzardato un parallelo con l’applauso dei comunisti a Craxi nel 1985, quando l’allora presidente del Consiglio sfidò gli Stati Uniti sulla vicenda di Sigonella. Ma la differenza, sostanziale, sta nel fatto che stavolta l’abbraccio è avvenuto senza alcuna mediazione ideologica: Meloni e Schlein, pur rappresentando poli opposti, si sono trovate unite nella difesa di un altro fronte, quello vaticano, dopo che Paolo Rodari aveva documentato un inedito scontro tra la Casa Bianca e il nuovo pontefice, Leone XIV.

Il prezzo della responsabilità: Schlein perde per strada gli alleati

Tuttavia, questa scelta di campo – elevare l’opposizione a un ruolo quasi “responsabile” – non è venuta senza costi. La segretaria dem, nel tentativo di mostrarsi all’altezza di una guida istituzionale, sembra aver allontanato proprio quegli alleati del cosiddetto Campo largo che fino a ieri considerava fondamentali per la corsa alle prossime elezioni. I parlamentari del Pd, che il giorno dopo attraversavano il corridoio dei passi perduti con l’aria di chi ha in pugno le redini della coalizione, forse non hanno ancora misurato la distanza che si sta aprendo con le altre forze di centrosinistra. Perché se da un lato la difesa di Meloni dall’attacco trumpiano ha regalato a Schlein una patente di statista, dall’altro l’ha isolata in un ruolo di “anti-Meloni” che rischia di consumare le energie nella mera contrapposizione.

Tra sovranismi in crisi e un mercato immobiliare da ruderi

Lo scenario internazionale, del resto, non aiuta le semplificazioni. Mentre l’idillio tra Meloni e Trump va in frantumi – e le parole di Schlein ne sono la prova involontaria – anche l’alleato storico Viktor Orbán vede tramontare la propria egemonia in Ungheria, segno che il vento del sovranismo potrebbe aver cambiato direzione. E mentre la politica si arrovella su questi ribaltamenti, l’Italia reale continua a fare i conti con disuguaglianze ben più prosaiche: il cibo sano costa sempre di più, e chi cerca casa si ritrova a dover acquistare mansarde da sei metri quadri o addirittura ruderi, diventati l’ultima frontiera per chi non può permettersi altro. Su tutto, la tensione tra Roma e Washington si riaccende, e stavolta nessuno può dire da che parte soffierà il prossimo vento.

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