Il rabbino Di Segni contro il Vaticano: "Senza citare Israele il dialogo è difficile"
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Redazione Interno
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Il Rabbino Capo di Roma, Riccardo Di Segni, ha affidato alle pagine del periodico «Shalom» un commento severo al documento vaticano «Un cammino di speranza», pubblicato il 16 settembre 2026 a sessant'anni dalla dichiarazione conciliare «Nostra Aetate». La nota, firmata congiuntamente dai Dicasteri per la Dottrina della Fede, per la Promozione dell'Unità dei Cristiani e per il Dialogo Interreligioso, era stata approvata da Leone XIV il 22 giugno precedente.
Un giudizio severo
Di Segni riconosce al testo diversi elementi positivi: la conferma della specificità del dialogo ebraico-cristiano, l'affermazione che Gesù «è ebreo e lo è per sempre», l'irrevocabilità dell'Alleanza di Dio con il popolo ebraico e la condanna dell'antisemitismo. Definisce il documento una «affermazione di buona volontà», ma è dietro queste aperture che individua nodi irrisolti. Il primo riguarda la salvezza: il Vaticano esclude l'esistenza di due vie parallele, riaffermando che Cristo è «l'unico redentore».
Per il rabbino si tratta di una questione interna al cristianesimo che avrebbe potuto trovare una soluzione teologica diversa; in passato, osserva, quella affermazione si traduceva nella necessità della conversione degli ebrei, una pressione che negli atti ufficiali non emerge ma che da alcuni segnali non gli sembra «mai sopita del tutto».
L'assenza della parola Israele
La critica più significativa riguarda ciò che nel documento manca. Secondo Di Segni permane una «difficoltà di misurarsi con la complessità della realtà ebraica»: l'ebraismo non è soltanto religione, è anche popolo, storia, dimensione nazionale e rapporto con una terra che attraversa nei secoli l'identità ebraica. Proprio questa dimensione rimane fuori dalla riflessione vaticana. A colpirlo è soprattutto l'assenza della parola «Israele», che «non compare mai», a parte un unico riferimento agli «israeliti».
Non necessariamente nel significato politico contemporaneo di Stato d'Israele, precisa, ma nel suo valore storico, biblico e identitario. Di Segni cita provocatoriamente il Salmo 83, «Che il nome di Israele non sia più ricordato», e scrive: «C'è quasi nostalgia di quando la Chiesa ne faceva un uso polemico e di sostituzione ma almeno lo citava».
Il contesto del dialogo ebraico-cristiano
Nel commento trova spazio anche un'altra osservazione. Il documento definisce Gesù come uomo «del suo tempo e del suo ambiente ebraico palestinese del I secolo», formula che proviene da un testo vaticano del 1985 e appartiene dunque a un preciso contesto storico e terminologico. Letta oggi, osserva il rabbino, quell'espressione suona diversa: «Oggi un Gesù palestinese suona strano». Il punto sollevato va oltre la contestazione terminologica.
Il documento conferma molti dei capisaldi costruiti dalla Chiesa cattolica nei sessant'anni successivi a «Nostra Aetate», ma secondo Di Segni fatica ancora a confrontarsi con l'ebraismo nella sua interezza: non soltanto come fede, ma come nazione e storia. La critica arriva in una fase delicata del dialogo ebraico-cristiano, già appesantito dalle conseguenze del 7 ottobre e dalla guerra in Medio Oriente, un contesto che rende politicamente e teologicamente più sensibili parole, omissioni e definizioni.
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