Carlo Conti, la battuta sui jeans e la replica di Gino Cecchettin: “è colpa degli stereotipi sulla gelosia”
Articolo Precedente
Articolo Successivo
Redazione Cultura e Spettacolo
-
Non è bastato l’appello alla leggerezza lanciato da Carlo Conti per archiviare la polemica nata attorno a una battuta pronunciata durante la serata finale del Festival di Sanremo. Il conduttore, sceso in platea per scambiare due parole con la moglie Francesca, aveva commentato l’abbigliamento di una ballerina, Francesca Tanas, che pochi minuti prima si era esibita con Samurai Jay. «Senti, mogliettina mia, siccome so che ti piacciono i jeans, quel modello che aveva la signorina, non lo comprare, va bene? Grazie», aveva detto Conti, salvo poi aggiungere, risalendo le scale dell’Ariston, una postilla: «È pura gelosia!». Un siparietto che il diretto interessato ha subito cercato di smorzare ricorrendo ai social, spiegando che la moglie aveva compreso il senso della battuta e che tutto era nato e morto lì, in un sorriso condiviso, nella cornice di quella che lui stesso ha definito «leggerezza».
Ma la vicenda ha assunto contorni più complessi quando, a distanza di ore, è arrivata la replica di Gino Cecchettin, presidente della Fondazione intitolata alla figlia Giulia, la giovane uccisa nel novembre del 2023 dall’ex fidanzato. Intervenuto a margine della presentazione del “Rapporto Giovani” all’Università Cattolica di Milano, Cecchettin ha colto l’occasione per allargare il discorso, senza limitarsi a una sterile condanna della singola uscita del presentatore. Secondo lui, il problema non è tanto la frase in sé, quanto il sostrato culturale che l’ha generata: «Sono gli stereotipi che hanno portato Carlo Conti a fare la battuta perché continuiamo a considerare la gelosia come un elemento fondamentale di una relazione d’amore, quando invece l’amore dovrebbe bastare a se stesso». Un passaggio, questo, che sposta l’asse del dibattito dalla mera cronaca del festival a una riflessione più ampia sui modelli relazionali che ancora permeano l’immaginario collettivo.
La reazione della ballerina e il nodo del linguaggio
A sollevare pubblicamente la questione era stata proprio la giovane danzatrice, Francesca Tanas, che attraverso i suoi profili social aveva definito l’intervento del conduttore come un atto di «sessualizzazione» nei confronti del suo, ridotto a un paio di pantaloni. «Voglio dire Rai = feccia dell’umanità – aveva scritto in una storia – ma ci tengo a puntualizzare che sto tizio qui di nome Carlo Conti mi ha letteralmente sessualizzata per dei pantaloni da show e, come se non bastasse, ha messo in imbarazzo la moglie palesando e minimizzando la gelosia e l’imposizione nel dire cosa può indossare o cosa no». Tanas aveva inoltre sottolineato un dettaglio che rendeva l’episodio ancora più stridente ai suoi occhi: la battuta era stata pronunciata a ridosso del monologo di Gino Cecchettin sulla violenza di genere, un intervento in cui il padre di Giulia aveva parlato della necessità di educare i giovani al rispetto e al rifiuto del possesso.
Cecchettin, dal canto suo, pur entrando nel merito della vicenda, ha invitato a non trasformare l’episodio in un processo sommario alla persona di Carlo Conti. L’obiettivo, ha spiegato, non è quello di cercare un capro espiatorio, ma di innescare una riflessione che porti a interrogarci «sugli stereotipi radicati nella società». Un richiamo, il suo, che si lega a doppio filo con l’attività della fondazione e con i temi emersi dal rapporto presentato in Cattolica, dove si evidenzia come una percentuale non trascurabile di giovani, specialmente tra i maschi, sia ancora convinta che le donne possano provocare la violenza con il loro modo di vestire o che il consenso sia un concetto negoziabile. «L’attenzione al linguaggio andrebbe fatta sempre e comunque, anche quando si parla d’amore» ha ribadito Cecchettin, richiamando la necessità di una maggiore consapevolezza anche nella musica pop e nello spettacolo.
La difesa di Conti e il concetto di goliardia fiorentina
Il presentatore, nel tentativo di chiudere la polemica, aveva fatto leva su un tratto che da sempre contraddistingue la sua personalità pubblica, ovvero la cosiddetta goliardia fiorentina. «Mia moglie ha capito di quali jeans parlavo e ha sorriso insieme a me – aveva scritto lui, postando una foto della ballerina e aggiungendo l’hashtag #leggerezza –. Non tutti capiscono la goliardia fiorentina, mia moglie sì ed è questo ciò che conta». Una linea difensiva, la sua, che punta a ricondurre il tutto a un ambito privato e affettivo, quasi a voler circoscrivere la portata del messaggio alla sola complicità coniugale. Tuttavia, come ha fatto notare anche Claudia Laruccia, una collega di Tanas, ridurre la questione a un problema di incomprensione personale rischia di sminuire il punto centrale della vicenda: «Mi sembra un po’ assurdo scrivere leggerezza sminuendo, ridicolizzando e postando una foto di una ballerina».
Il contrasto tra la volontà di sdrammatizzare di Conti e la richiesta di maggior profondità avanzata da Cecchettin rappresenta, in fondo, lo scontro tra due modi opposti di approcciarsi al tema della rappresentazione femminile. Da una parte chi invoca la tradizione e lo scherzo tra privati, dall’altra chi, forte di un dolore personale diventato impegno civile, chiede di valutare l’impatto che certi messaggi, anche quelli confezionati come semplici battute, possono avere su una società che fatica a liberarsi di vecchi cliché.




