Il rapporto “Silenced No More” e la denuncia del New York Times: i due fronti della violenza sessuale

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Redazione Esteri Redazione Esteri   -   La documentazione della violenza sessuale, in un contesto bellico dove i corpi delle vittime diventano armi per piegare la volontà dell’avversario, ha assunto da qualche anno una rilevanza giuridica paragonabile a quella delle tradizionali armi da fuoco. A oltre due anni dal pogrom del 7 ottobre 2023, la “Civil Commission on October 7 Crimes by Hamas Against Women and Children” – un organismo indipendente israeliano – ha depositato un’imponente mole di prove che, secondo i suoi estensori, lascerebbe pochi margini di dubbio sulla natura sistematica di quegli abusi. Il report, intitolato “Silenced No More – Sexual Terror Unveiled” e pubblicato il 12 maggio, si basa su un corpus di dati tanto vasto quanto inquietante: oltre 10 mila fotografie, più di 1.800 ore di filmati e 430 interviste (a sopravvissuti, ex ostaggi e familiari) che descriverebbero l’uso dello stupro e della tortura sessuale come un elemento centrale, e non accessorio, dell’attacco. Secondo le conclusioni della commissione, guidata dall’esperta di diritto internazionale Cochav Elkayam-Levy, non saremmo di fronte a episodi isolati di efferatezza, ma a una vera e propria strategia pianificata per terrorizzare l’intera società israeliana, una metodologia che ha incluso non solo la violenza fisica diretta, ma anche la registrazione e la diffusione digitale degli abusi, trasformando il dolore in un ulteriore strumento di propaganda.

A rendere ancora più complesso il quadro giudiziario, però, non è solo la difficile quantificazione di quelle sofferenze – molte vittime non sono sopravvissute o i luoghi dei crimini sono stati distrutti – ma anche la parallela e opposta narrazione di violenze che sarebbe stata messa in atto, questa volta, nei confronti dei prigionieri palestinesi. Se il rapporto israeliano cerca di stabilire una linea di continuità tra i massacri del 7 ottobre e le condizioni di prigionia nella Striscia, dall’altra parte il dibattito pubblico è stato infiammato da un'inchiesta del premio Pulitzer Nicholas Kristof sul “New York Times”, incentrata sulle presunte violenze sessuali subite da detenuti palestinesi per mano di soldati e guardie carcerarie. A differenza del report della Commissione civile, che si presenta come un atto dovuto di documentazione storica, l’articolo di opinione di Kristof – intitolato “The Silence That Meets the Rape of Palestinians” – ha scatenato una durissima reazione istituzionale, portando il premier Benjamin Netanyahu e il ministro degli Esteri Gideon Sa’ar a ordinare una causa legale per diffamazione contro il prestigioso quotidiano americano, accusato di aver pubblicato “una delle menzogne più orribili e distorte” mai scritte contro lo Stato ebraico.

L’indagine israeliana e la “violenza kinocida”

Soffermandosi sull’analisi dei dati forniti dalla commissione israeliana, emerge una categorizzazione della violenza che va ben oltre lo stupro come mero atto di sopraffazione fisica. Nel documento, gli investigatori hanno codificato 13 modelli ricorrenti di abuso, tra cui la mutilazione, la violenza post-mortem e, in particolare, quella che viene definita “violenza sessuale kinocida”. Con questo termine la commissione fa riferimento agli episodi in cui i miliziani costringevano i membri delle stesse famiglie – genitori, figli o coniugi – a compiere atti sessuali gli uni contro gli altri sotto la minaccia delle armi, un livello di barbarie che, secondo i legali, trasforma i legami affettivi in un amplificatore della tortura. Questa metodologia, hanno sottolineato gli inquirenti, non era finalizzata solo a umiliare la vittima immediata, ma a infrangere psicologicamente un’intera comunità, sfruttando i dispositivi digitali delle stesse vittime per diffondere in diretta le violenze ai parenti rimasti in Israele. L’analisi delle oltre 1.800 ore di video ha inoltre evidenziato come la detenzione stessa degli ostaggi a Gaza sia stata caratterizzata da un continuum di vessazioni sessuali, colpendo indistintamente donne e uomini, in un’ottica di annientamento totale della dignità umana.

La controffensiva legale di Israele e l’articolo del New York Times

A distanza di pochissimi giorni dalla pubblicazione del rapporto ufficiale che denunciava l’inazione della comunità internazionale di fronte agli stupri del 7 ottobre, l’esecutivo israeliano ha quindi dirottato la propria attenzione su ciò che percepisce come un tentativo di delegittimazione speculare. L’articolo di Nicholas Kristof, che cita testimonianze anonime di detenuti palestinesi, include l’accusa secondo cui gli agenti israeliani avrebbero utilizzato cani addestrati per stuprare i prigionieri, un dettaglio che molti commentatori locali (e non solo) hanno definito biologicamente implausibile o comunque non suffragato da prove oggettive simili a quelle presentate dalla Commissione civile. La decisione di Netanyahu di procedere per via legale, annunciata ufficialmente il 14 maggio dal ministero degli Esteri, segna un’escalation nel conflitto tra lo Stato ebraico e il giornalismo d’inchiesta internazionale, accusato di applicare un “doppio standard” e di mettere sullo stesso piano gli autori dell’attacco terroristico con le forze di difesa israeliane. Dall’altra parte, il giornale americano ha difeso il proprio operato, sostenendo la necessità di fare luce su eventuali abusi nelle carceri, un tema che anche alcune organizzazioni per i diritti umani israeliane avevano sollevato in passato riguardo a specifici centri di detenzione come Sde Teiman.

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