Intelligenza artificiale e lavoro, il confronto a Milano tra studenti e studiosi nel segno della trasparenza
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Redazione Economia
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C’è un luogo, nel cuore di Milano, dove la memoria del sapere scientifico si intreccia con le domande più urgenti del presente. Si tratta dell’Istituto Lombardo Accademia di Scienze e Lettere, istituzione di fondazione napoleonica che trova spazio all’interno del complesso di Brera e che martedì 24 marzo 2026 ospiterà un confronto, per certi versi raro, tra le generazioni che stanno per entrare nel mercato del lavoro e alcuni dei più autorevoli esperti italiani di economia e intelligenza artificiale. L’incontro, che rientra in un ciclo di eventi dedicati alle trasformazioni sociali, punta a fare chiarezza su un tema, quello degli algoritmi nei rapporti di lavoro, spesso avvolto da un alone di astrazione tecnica ma dai risvolti estremamente concreti, come dimostrano i casi di cronaca industriale degli ultimi mesi.
L’algoritmo al centro della relazione industriale
La cosiddetta contrattazione algoritmica rappresenta una delle frontiere più controverse delle relazioni industriali contemporanee, soprattutto nei settori dove la gestione del lavoro è interamente mediata da piattaforme digitali. In quei contesti, gli algoritmi non si limitano a ottimizzare i percorsi di consegna o a gestire gli ordini in tempo reale: arrivano a governare il lavoro nella sua interezza, determinando chi abbia accesso a una sessione lavorativa, chi venga penalizzato per un’assenza, chi possa scalare la graduatoria interna e chi, al contrario, ne scivoli inesorabilmente verso il fondo. È un meccanismo che solleva questioni profonde, che vanno oltre la semplice efficienza produttiva e toccano il nodo della trasparenza decisionale, un principio cardine del diritto del lavoro che rischia di essere aggirato da logiche opache di calcolo.
Se si guarda al tessuto produttivo italiano, la questione smette di essere teorica e diventa drammaticamente attuale. A confermarlo è la vicenda della InvestCloud di Marghera, dove l’azienda ha confermato il licenziamento collettivo di tutti i 37 dipendenti della sede veneziana, annunciando lo spostamento delle attività a Bangalore, in India. Dopo l’incontro tra i vertici della società informatica statunitense – specializzata nella realizzazione di piattaforme digitali per gestioni patrimoniali – e i sindacati, tenutosi nella sede di Confindustria Veneto Est, è arrivata una fumata nera. L’azienda non ha arretrato di un passo sulla decisione iniziale, ribadendo per i lavoratori di Marghera la sola opzione di un trasferimento negli uffici di Londra, New York o Singapore: una prospettiva impraticabile per la maggior parte di loro, che rende di fatto il licenziamento l’unica via d’uscita.
L’officina di saperi e la distanza tra teoria e pratica
È in questo scarto, tra la promessa di efficienza algoritmica e la brutalità delle scelte industriali, che si inserisce il valore di iniziative come quella milanese. L’incontro all’Istituto Lombardo si propone come un’officina di saperi e capacità per il futuro, un luogo in cui le competenze tecniche possano essere interrogate dalle scienze sociali e dalla sensibilità delle nuove generazioni. Non si tratta solo di capire come funzionano i codici, ma di stabilire quali tutele siano necessarie quando un algoritmo diventa il principale interlocutore nella definizione del rapporto di lavoro.
A dare ulteriore profondità al quadro ci pensa una recente ricerca condotta da Anthropic – tra le principali aziende al mondo nello sviluppo di intelligenza artificiale – sugli effetti concreti dell’IA nel mercato del lavoro. Lo studio ha cercato di misurare la distanza, spesso abissale, tra ciò che questi sistemi potrebbero teoricamente fare e ciò che invece stanno realmente facendo nei contesti professionali quotidiani. E il risultato mostra che lo scarto, almeno per ora, è ancora ampio: l’uso effettivo dell’intelligenza artificiale nei luoghi di lavoro resta soltanto una frazione di quello teoricamente possibile, un dato che invita a non cedere né a facili entusiasmi né a catastrofismi ingiustificati, ma a concentrarsi sulle modalità concrete di implementazione delle tecnologie.
Trasparenza, tutele e il ruolo delle competenze umane
A rendere ancora più complesso il quadro si aggiunge la carenza di competenze specifiche, un problema che rischia di acuire le disuguaglianze. Secondo le più recenti analisi del mercato del lavoro nel settore ICT, la richiesta di figure tecniche legate all’intelligenza artificiale è ormai pervasiva, interessando la stragrande maggioranza dei profili professionali analizzati. Tuttavia, parallelamente a questa domanda di specializzazione tecnica, cresce in modo esponenziale l’importanza delle cosiddette soft skill: la comunicazione, la collaborazione, la capacità di leadership diventano elementi essenziali per un’adozione responsabile delle nuove tecnologie, quasi come se per governare le macchine fosse necessario tornare a valorizzare le qualità più profondamente umane. È un paradosso solo apparente, perché l’introduzione di sistemi di IA nei processi produttivi non elimina la necessità di supervisione etica e di contestualizzazione umana, anzi la rende più urgente.
La posta in gioco, in definitiva, non è soltanto quella di salvare posti di lavoro – come nel drammatico caso di Marghera – ma quella di ripensare le categorie giuridiche e contrattuali con cui si affronta il rapporto di lavoro nell’era algoritmica. Lo stesso concetto di accordo contrattuale, cardine del diritto privato, viene messo in discussione da sistemi in cui la volontà umana rischia di essere marginalizzata da procedure automatizzate e in cui la trasparenza dell’algoritmo diventa condizione essenziale per la validità stessa del consenso. Per questo, iniziative come quella milanese – che mettono a confronto gli studenti, cioè i lavoratori di domani, con gli studiosi che stanno scrivendo le regole di questo passaggio epocale – assumono un valore che va ben oltre la loro dimensione accademica. Rappresentano un tentativo di riappropriazione collettiva di un futuro che, altrimenti, rischierebbe di essere scritto dalle sole logiche del codice.




