Meloni, le armi e i paletti sui fondi: non usare quelli per il Sud
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Redazione Interno
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Ottocento miliardi di euro, cinque leve finanziarie per ridisegnare il futuro della difesa europea. È questa la cifra, insieme alla posta in gioco, che Bruxelles ha messo sul tavolo dopo il monito degli Stati Uniti, che hanno suonato la sveglia a un Vecchio Continente chiamato a fare uno scatto in avanti. Un piano ambizioso, quello presentato da Ursula von der Leyen, che però divide non solo l’Europa ma anche l’Italia, dove il governo si ritrova a fare i conti con posizioni contrastanti tra i suoi stessi alleati.
Giorgia Meloni, che ieri sera ha riunito a Palazzo Chigi i due vicepremier Matteo Salvini e Antonio Tajani, si trova a dover mediare tra due visioni opposte. Da un lato, Salvini, che ha già fatto sentire la sua voce contraria al piano di riarmo europeo, gridando il suo “no” a reti unificate. Una posizione che, sebbene in linea con il suo storico scetticismo verso Bruxelles, stride con quella della premier e del ministro degli Esteri Tajani, che invece guardano con favore all’iniziativa di von der Leyen.
Tajani, intervenendo alla Conferenza sulla ripresa dell’Ucraina a Milano, ha sottolineato come la difesa comune europea non sia un’alternativa alla NATO, ma un suo complemento. “Un pilastro europeo che dovrà essere garanzia di pace”, ha dichiarato, ribadendo la necessità di un’Europa più forte e coesa sul fronte della sicurezza. Una posizione che, però, non nasconde le perplessità sull’aspetto finanziario del piano, con 150 miliardi di euro previsti da un fondo finanziato con debiti comuni.
Il nodo centrale, però, non è solo politico ma anche economico. In un Paese dove la sanità è al collasso, la scuola pubblica arranca e le bollette continuano a salire, spendere centinaia di miliardi in armi rischia di diventare un boomerang. E qui entra in gioco un altro tassello: i fondi per il Sud. Meloni, infatti, ha già fatto sapere che non intende utilizzare risorse destinate alle regioni meridionali per finanziare il riarmo, un paletto che potrebbe complicare ulteriormente la già delicata partita.
Intanto, mentre a Bruxelles si discute di strategie e bilanci, a Roma le divisioni interne al governo rischiano di rallentare il processo decisionale. Salvini, che non ha mai fatto mistero del suo euroscetticismo, sembra voler cavalcare l’onda del malcontento popolare, mentre Tajani spinge per un’Europa più integrata e sicura. Meloni, dal canto suo, cerca di tenere insieme i fili di un’alleanza sempre più fragile, consapevole che la posta in gioco è ben più alta di un balzo nei sondaggi.




