L'occupazione italiana a luglio sfiora i minimi storici, ma la qualità del lavoro rimane un nodo irrisolto

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Redazione Interno Redazione Interno   -   I dati provvisori diffusi dall’Istat per il mese di luglio dipingono un quadro del mercato del lavoro italiano caratterizzato da un’evidente contraddizione: da un lato, il numero degli occupati continua a salire, toccando quota 23,7 milioni con un incremento di 13mila unità rispetto a giugno e ben 218mila in più su base annua; dall’altro, permangono – e si acuiscono – criticità strutturali che riguardano la stabilità dei contratti e la partecipazione di ampie fasce della popolazione. Il tasso di disoccupazione, scendendo al 6% dal 6,3% del mese precedente, supera per la prima volta da tempo la media dell’Eurozona, ferma al 6,2%, un dato che il governo ha immediatamente fatto proprio, interpretandolo come un segnale di efficacia delle proprie politiche.

La presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, ha commentato con un post sui social quelli che ha definito «numeri incoraggianti», i quali «confermano l’efficacia delle misure messe in campo dal governo». Tuttavia, un’analisi più approfondita dei numeri, che pure segnalano un trend positivo ininterrotto ormai da diversi mesi, rivela dinamiche più complesse e meno trionfalistiche. La crescita dell’occupazione, infatti, è trainata in maniera preponderante dalla componente over 50, un effetto che alcuni economisti, come Francesco Seghezzi presidente di Adapt, attribuiscono più alle riforme pensionistiche del passato, come quella Fornero, che alle recenti iniziative dell’esecutivo.

Proseguendo nella lettura dei dati, emergono con chiarezza le ombre di questo presunto boom: il tasso di occupazione femminile, nonostante lievi miglioramenti, resta infatti persistentemente basso e lontano dalla media europea, segno di un ritardo culturale e sistemico che nessuna politica è finora riuscita a colmare. A ciò si aggiunge la preoccupante crescita del numero degli inattivi, coloro i quali – pur non avendo un impiego – hanno smesso di cercarlo e sfuggono alle statistiche sulla disoccupazione, e la consistente quota di nuovi assunti con contratti a termine o part-time, spesso involontario, che alimenta un esercito di lavoratori precari.

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