Mueller, l’uomo che sfidò Trump: l’eredità del Russiagate e la reazione del presidente
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Redazione Esteri
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La notizia della scomparsa di Robert S. Mueller III, avvenuta all’età di 81 anni venerdì scorso, ha riaperto in poche ore una feria che sembrava rimarginata nella politica americana. Figura centrale della sicurezza nazionale per oltre mezzo secolo, Mueller ha lasciato il segno nella storia degli Stati Uniti prima come architetto della trasformazione dell’Fbi dopo l’11 settembre, poi come volto dell’indagine che per due anni ha tenuto in scacco il primo mandato di Donald Trump. La sua morte, sebbene attesa da chi era a conoscenza della battaglia contro il morbo di Parkinson che lo affliggeva da tempo, non ha smorzato i toni aspri della disputa politica che lui stesso, con il suo rapporto del 2019, aveva contribuito a cristallizzare. È stata proprio la diagnosi di Parkinson, riportata dal New York Times già lo scorso anno, a riaccendere i riflettori sulle condizioni di salute di un uomo che, fino all’ultimo, ha rappresentato l’incarnazione di un certo rigore istituzionale.
Mueller, repubblicano di ferro e veterano decorato del Vietnam, assunse la direzione dell’Fbi una settimana prima degli attacchi dell’11 settembre 2001, un incarico che avrebbe mantenuto per dodici anni sotto le amministrazioni di George W. Bush e Barack Obama. La sua parabola pubblica sembrava essersi conclusa con il ritiro dal Bureau nel 2013, ma la sua carriera conobbe un inatteso e clamoroso ritorno nel 2017. Fu in quell’anno, infatti, che il dipartimento di Giustizia lo nominò consigliere speciale per prendere in mano le indagini sulle presunte collusioni tra il Cremlino e la campagna elettorale di Donald Trump. Una scelta dettata dalla volontà di affidare un’inchiesta esplosiva a un uomo la cui reputazione di integrità, forgiata in decenni di servizio bipartisan, fosse inattaccabile.
Un’indagine lunga ventidue mesi e le ombre del rapporto finale
L’inchiesta guidata da Mueller, durata ventidue mesi, si sviluppò su binari paralleli: da un lato l’analisi delle interferenze russe nel voto del 2016, dall’altro l’esame dei tentativi di Trump di ostacolare il corso della giustizia. Lavorando in un silenzio quasi totale, lontano dai riflettori e dagli attacchi furibondi che provenivano dalla Casa Bianca, Mueller e il suo team arrivarono a formulare trentasette atti di accusa, ottenendo sette condanne o patteggiamenti da parte di stretti collaboratori del presidente, tra cui il capo della campagna elettorale e il consigliere per la sicurezza nazionale. Il documento finale, un rapporto di 448 pagine consegnato nel marzo 2019, confermò in modo inequivocabile che la Russia aveva interferito nelle elezioni con l’obiettivo di favorire Trump, descrivendo “numerosi legami” tra i funzionari del Cremlino e l’entourage del candidato repubblicano.
Tuttavia, fu la conclusione sul nodo più delicato – l’eventuale reato di ostruzione della giustizia da parte del presidente – a lasciare un’ambiguità destinata a polarizzare ulteriormente il paese. Mueller non arrivò a formulare un’accusa formale, in parte a causa di una prassi del dipartimento di Giustizia che vieta l’incriminazione di un presidente in carica, ma si guardò bene dall’assolvere Trump. Le sue parole, pronunciate poi in un’apparizione pubblica nel maggio 2019, divennero celebri: “Se avessimo avuto la certezza che il presidente non ha commesso un reato, lo avremmo detto”. Con questa frase, Mueller consegnò di fatto al Congresso la responsabilità di proseguire l’esame su eventuali illeciti, mentre il presidente rivendicava una vittoria totale contro quella che definiva una “caccia alle streghe”.
La reazione di Trump e la fine di un’era istituzionale
La reazione di Donald Trump alla notizia della morte di Mueller, arrivata puntuale attraverso il suo social network Truth Social, ha immediatamente restituito il clima di scontro mai sopito. “Robert Mueller è morto. Bene, sono contento che sia morto. Non potrà più fare del male a persone innocenti”, ha scritto il presidente, usando parole che hanno suscitato un’ondata di critiche trasversali ma che si inseriscono perfettamente nella narrazione che Trump ha costruito attorno all’inchiesta fin dal suo insorgere. Per il presidente, che ha sempre etichettato il Russiagate come un “inganno” ordito per delegittimare la sua vittoria elettorale, la scomparsa del procuratore speciale rappresenta la chiusura di un capitolo, ma anche la conferma della sua tesi di una persecuzione politica.
La scomparsa di Mueller segna però anche un passaggio storico più profondo. Egli era stato il simbolo di un’idea di legalità istituzionale che, almeno nelle intenzioni dei suoi sostenitori, avrebbe dovuto fare da argine alle derive del potere esecutivo. La sua figura austera, quasi anacronistica nell’era della comunicazione politica urlata, lo poneva come contraltare perfetto dello stile irruente di Trump. Mueller trasformò l’Fbi da agenzia investigativa classica a macchina da guerra antiterrorismo e, per un breve ma intenso periodo, divenne il centro di una tempesta politica che ha ridisegnato gli equilibri della politica americana contemporanea. La sua eredità, come dimostra la reazione del presidente, resta irrisolta e divisiva.
I contorni giudiziari di un’inchiesta che ha fatto epoca
Al di là delle reazioni immediate, i dettagli giudiziari dell’inchiesta coordinata da Mueller continuano a rappresentare un punto di riferimento per gli sviluppi legali successivi. Il lavoro del suo team portò alla luce un tentativo sistematico di interferenza da parte di ufficiali dell’intelligence russa, inclusi attacchi informatici ai danni del Partito Democratico, ma non stabilì l’esistenza di una cospirazione criminale tra il Cremlino e il candidato Trump. Questa distinzione – tra interferenza e collusione – divenne il terreno di scontro politico su cui si giocò gran parte del dibattito pubblico nei due anni successivi.
Per quanto riguarda le indagini collaterali, l’inchiesta si concluse con condanne per diversi uomini di fiducia del presidente, anche se alcune di queste pene vennero successivamente commutate o condonate. Lo stesso Mueller, dopo aver lasciato il dipartimento di Giustizia per ritirarsi nuovamente a vita privata nel 2021, si era progressivamente ritirato dall’opinione pubblica, reso più fragile dalla malattia neurodegenerativa che lo aveva colpito. La sua ultima apparizione pubblica significativa risaliva alla testimonianza davanti al Congresso nel 2019, dove apparve visibilmente provato e laconico, quasi a voler lasciare che fosse il suo rapporto a parlare, con la sua carica di ambiguità, al posto suo.




