Il blitz di Meloni sulla legge elettorale: premio e partita per il Quirinale

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Redazione Interno Redazione Interno   -   La mossa del governo, con il deposito alle Camere del cosiddetto “Stabilicum”, ha spalancato un fronte di scontro politico che travalica la mera ingegneria dei seggi, investendo direttamente gli equilibri istituzionali e la natura stessa della rappresentanza. L’impianto della nuova legge, che i critici definiscono “pigliatutto”, si regge su un meccanismo tanto semplice quanto, nelle intenzioni dei proponenti, efficace: un premio di maggioranza fisso di settanta seggi alla Camera dei deputati e trentacinque al Senato, destinato alla coalizione che superi la soglia del quaranta per cento dei consensi. Una cifra, quest’ultima, che stando alle ultime rilevazioni demoscopiche, lo schieramento guidato da Fratelli d’Italia potrebbe ragionevolmente ambire a raggiungere, complice anche una frammentazione del centrosinistra che, al momento, appare poco incline a ricomporsi in un’alleanza organica.

I numeri che portano al Colle e il nodo delle preferenze

È però sul versante delle elezioni differite, quelle per il presidente della Repubblica, che il dibattito si fa più rovente. Le simulazioni circolate tra i partiti, infatti, dipingono uno scenario inedito: la coalizione vincente, forte del premio, potrebbe arrivare a contare su un collegio di grandi elettori composto da circa 386 membri su un totale di 663, considerando deputati, senatori e delegati regionali. Un numero, questo, che supera ampiamente il quorum richiesto per l’elezione del capo dello Stato a partire dal quarto scrutinio, fissato a trecentotrentadue voti. Di qui l’allarme, espresso con forza da esponenti dell’opposizione come il senatore Dario Franceschini, secondo cui l’obiettivo implicito della riforma sarebbe quello di consentire alla maggioranza di eleggere da sola il prossimo inquilino del Quirinale, trasformandolo di fatto in un “capo politico” piuttosto che in un garante super partes, alterando così l’architettura costituzionale.

Il testo depositato, frutto di una nottata di lavori e di un’intesa di massima raggiunta dai capigruppo di centrodestra, presenta altri elementi di forte criticità per le opposizioni. Tra questi, l’assenza della possibilità per l’elettore di esprimere una preferenza sul candidato, un aspetto che, secondo il dem Stefano Bonaccini, rischierebbe di consegnare il Parlamento a una schiera di “nominati” dalle segreterie di partito, allontanando ulteriormente i cittadini dalle istituzioni. E se è vero che da Fratelli d’Italia, con il responsabile organizzazione Giovanni Donzelli, è già arrivata l’apertura a un emendamento che reintroduca le preferenze, la linea ufficiale della maggioranza resta quella di liste bloccate, con collegi plurinominali che sostituiranno completamente gli attuali collegi uninominali del Rosatellum.

Lo spettro della “legge truffa” e il precedente storico

Non si contano, nei corridoi di Montecitorio, i riferimenti alla legge del 1953, quella che venne bollata dall’opposizione di allora come “legge truffa” per via del premio di maggioranza che avrebbe garantito il sessanta per cento dei seggi alla Camera alla coalizione che avesse raggiunto la metà più uno dei voti. Un paragone, questo, che lo stesso Franceschini ha ripreso parlando di “supertruffa”, sottolineando come il premio previsto oggi scatti con una soglia molto più bassa, il quaranta per cento, rendendo il meccanismo potenzialmente ancora più distorsivo. Il Movimento 5 Stelle, per bocca del suo presidente Giuseppe Conte, parla senza mezzi termini di “sovvertimento dell’ordinamento democratico”, un disegno che non si limiterebbe al Quirinale ma che, di fatto, consegnerebbe all’esecutivo la possibilità di scegliersi in autonomia anche i giudici della Corte costituzionale e, qualora la riforma Cartabia venisse superata dal referendum, i componenti laici del Consiglio superiore della magistratura.

Il nodo, per la maggioranza, è tutto politico. Se da un lato l’obiettivo dichiarato è la stabilità di governo, superando i difetti del Rosatellum, dall’altro l’accelerazione impressa dalla presidente del Consiglio Giorgia Meloni, a pochi giorni dal voto referendario sulla giustizia, ha il sapore di una mossa a tutto campo. Il rischio, paventato da più parti, è che l’opposizione trovi nel referendum lo strumento per trasformare la consultazione in un voto contro l’intera architettura delle riforme volute dal centrodestra, includendo nel messaggio politico anche il nuovo sistema elettorale. La discussione in Parlamento, che si preannuncia lunga e accidentata, dovrà fare i conti non solo con la tenuta della maggioranza, ma anche con la dura replica delle opposizioni, pronte a portare la battaglia fuori dalle aule istituzionali, con l’ipotesi di primarie del centrosinistra per scegliere il candidato premier che, secondo la nuova norma, dovrà obbligatoriamente essere indicato nel programma elettorale.

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