La Faradda dei Candelieri, tra sacro e profano: Sassari celebra la sua identità
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Redazione Interno
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Il ritmo incalzante del piffero e del tamburo ha scandito anche quest’anno la Faradda, la discesa dei Candelieri che, come ogni 14 agosto, trasforma Sassari in un palcoscenico di emozioni collettive. Migliaia di persone, strette tra corso Vico e piazza Castello, hanno seguito il ballo dei ceri, patrimonio Unesco, mentre il passaggio del borabora – il bastone del comando – dal capocandeliere al sindaco Giuseppe Mascia e poi al comandante della Brigata Sassari Andrea Fraticelli ha sancito il momento più solenne della tradizione.
Quella dei Candelieri è una danza che non cambia, eppure ogni volta sembra riscrivere il legame tra la città e i suoi abitanti. Il movimento oscillante dei portatori, carichi del peso simbolico dei ceri, scuote qualcosa nel petto di chi osserva: forse è orgoglio, forse solo l’ebbrezza di una festa che fonde sacro e profano senza soluzione di continuità. Tra la folla, gli sguardi dei sassaresi tradiscono un’appartenenza viscerale, diversa dalla curiosità dei turisti accorsi per assistere allo spettacolo.
Un momento di commozione ha attraversato il corteo quando il gremio dei Piccapietre è avanzato in silenzio, senza il rullo del tamburo, in memoria di Gian Piero Garau, il tamburino scomparso poche ore prima. Il Candeliere del gremio ha proseguito la sua discesa fino alla chiesa di Santa Maria, partecipando comunque allo scioglimento del voto, mentre la città rispondeva con un applauso carico di rispetto.




