Il «gigante buono» e il sogno del food truck: cosa sappiamo dell’omicidio di Marco Cossi

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Redazione Interno Redazione Interno   -   Non era soltanto una questione estetica, né un proposito generico di benessere. Per Marco Cossi, iscriversi in palestra – lo faceva in due strutture di Tencarola, a volte in compagnia di un amico – aveva significato prendere in mano con decisione una parte della propria vita, con l’obiettivo di perdere peso per stare meglio, certo, ma anche per affrontare con maggiore serenità il proprio lavoro di autista. Marco, che sfiorava i due metri di altezza, aveva infatti compreso che il peso Corporeo, incidendo sul carico complessivo del mezzo che guidava, non poteva essere trascurato. D’altronde, la volontà di cambiare era il filo conduttore delle sue ultime scelte: lasciare il lavoro nella logistica ospedaliera per aprire un’attività tutta sua, quel “Godor Truck” che avrebbe dovuto iniziare a girare proprio lunedì tra Grisignano, Limena e Curtarolo, gestito insieme all’amico Samuele, noto a tutti come “Masterchef”.

Un’uscita senza ritorno e la furia dell’overkilling

Le indagini, coperte dalla massima riservatezza, partono da una premessa fondamentale: non ci sono testimoni diretti della lite e nemmeno telecamere puntate su quel tratto di via Santi Fabiano e Sebastiano, a Brusegana. Ciò che si sa è che domenica sera, dopo aver cenato con la madre – dalla quale non si allontanava quasi mai – Cossi è uscito, raggiungendo quella zona isolata tra l’argine del Bacchiglione e il terrapieno della tangenziale. L’allarme è scattato poco dopo le 23, quando due ragazzi in scooter hanno visto un uomo agonizzante sul ciglio della strada. I soccorsi sono stati vani: il 48enne, originario del Friuli ma residente a Selvazzano, è morto poco dopo. Sul, i medici hanno contato una quindicina di coltellate distribuite tra volto, collo e torace, una violenza che gli inquirenti definiscono “overkilling”, tipica dei casi in cui l’assassino e la vittima hanno un legame profondo.

Metal detector e ricognizioni: la caccia alla lama

Gli investigatori della squadra mobile hanno subito scavato nella vita privata di Cossi, mentre i colleghi della Scientifica hanno setacciato la zona tra via Isonzo, il boschetto vicino e il retro dell’aeroporto Allegri. Una delle priorità era trovare l’arma del delitto, probabilmente un coltello di una certa dimensione vista la quantità di fendenti. Le ricerche, condotte anche con l’ausilio di metal detector, hanno portato finalmente al rinvenimento della lama, un tassello cruciale che potrebbe restituire tracce biologiche decisive per chiudere il cerchio. La certezza, al momento, è che non si è trattato di una rapina: il portafoglio e il cellulare erano ancora nella disponibilità della vittima, escludendo la pista del movente economico.

L’entusiasmo dell’ultimo messaggio e i vuoti di memoria in palestra

A rendere ancora più stridente il contrasto tra la vita descritta da chi lo conosceva e la morte violenta è il contenuto dell’ultimo messaggio inviato da Cossi. «Signori e signore lunedì questo atterra il Godor Truck, a Grisignano. Ps: se volete godere dovete sapere dove godere»: lo scriveva venerdì pomeriggio nel gruppo WhatsApp dei colleghi della Plurima, allegando il calendario delle tappe. C’era tutto il suo entusiasmo in quelle parole, il sogno che lo stava trascinando da tempo e che vedeva finalmente realizzarsi. I dipendenti della palestra che frequentava lo ricordano come una persona determinata a dimagrire, un «gigante buono» che cercava di alleggerire il carico anche per una questione pratica legata al mezzo. Tuttavia, se da un lato emerge il ritratto di un uomo solare, dall’altro restano i grandi vuoti di quell’omicidio: chi lo ha aspettato in quella zona buia e perché ha scatenato una furia così cieca?.

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