Il nodo di Gaza, gli investimenti militari e le tensioni regionali dopo il cessate il fuoco
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Redazione Esteri
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Mentre le forze aeree israeliane portano a termine nuovi bombardamenti su obiettivi nella zona di Gaza City, riaccendendo i timori dopo la tregua, il governo di Benyamin Netanyahu definisce con chiarezza, attraverso le parole dei suoi ministri, i contorni di una strategia a lungo termine che sembra escludere un ritiro completo dalla Striscia. Il ministro della Difesa Israel Katz, parlando in un insediamento in Cisgiordania, ha infatti dichiarato che Israele non si ritirerà mai del tutto da Gaza, lasciando intendere la possibilità di stabilire, al momento opportuno, avamposti militari nella sua porzione settentrionale. Questa posizione, che di fatto delinea una presenza permanente, si innesta in un quadro di tensioni che va ben oltre i confini di Gaza, toccando il Libano, dove raid israeliani hanno causato vittime, incluso un membro di Hezbollah e un combattente legato alle unità iraniane, nonostante il precedente cessate il fuoco.
Parallelamente, la diplomazia israeliana si muove su un doppio binario: da un lato risponde con durezza alle critiche internazionali, come ha fatto il ministro degli Esteri Gideon Sa'ar rigettando la condanna di quattordici paesi occidentali, Italia compresa, sugli insediamenti in Cisgiordania; dall'altro consolida alleanze strategiche, come dimostrano gli accordi nel settore della difesa siglati con Grecia e Cipro. Una politica estera assertiva che trova un suo corrispettivo nella pianificazione economico-militare interna, annunciata dallo stesso Netanyahu: un piano da circa 110 miliardi di dollari, ovvero 350 miliardi di shekel, destinato a costruire nei prossimi dieci anni un'industria bellica nazionale e indipendente. Un investimento colossale, presentato durante una cerimonia in una base aerea, che mira a rendere lo stato autosufficiente nella produzione di armamenti.
Le vicende di cronaca nera, peraltro, continuano a intersecarsi con il conflitto, con le autorità israeliane che hanno aperto un'indagine su un soldato accusato di aver investito un musulmano in preghiera, episodio che aggiunge ulteriori elementi di frizione in un clima già teso. Intanto, il presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, ritornato alla guida della nazione, osserva una regione dove i fronti caldi si moltiplicano: dalla Cisgiordania, teatro delle dichiarazioni sulla legittimità degli insediamenti, al confine libanese, dove le operazioni militari proseguono nonostante la fine ufficiale delle ostilità su larga scala. La tregua a Gaza, dunque, appare come una pausa precaria, un intervallo in cui le parti non solo non smantellano le proprie posizioni, ma le rafforzano attraverso accordi di sicurezza e ingenti stanziamenti per gli apparati militari.




