Il rumore oltre i libri: a Roma una fiera divisa dalla presenza di un editore controverso

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Redazione Interno Redazione Interno   -   Si è chiusa tra le polemiche, che ne hanno inevitabilmente offuscato il nucleo culturale, l'ultima edizione di "Più libri, più liberi", la fiera romana dedicata alla piccola e media editoria. L’evento, che dovrebbe per sua natura celebrare la pluralità delle voci e la circolazione delle idee, si è invece trovato al centro di un aspro dibattito, il quale, pur sollevando questioni non marginali, ne ha di fatto stravolto la funzione primaria. La scintilla è scattata con l'annuncio della partecipazione di "Passaggio al bosco", una casa editrice spesso associata, da più parti, a posizioni estremiste e revisioniste, la cui presenza ha immediatamente generato un solco profondo tra i partecipanti. Alcuni di essi, infatti, hanno scelto di rinunciare alla propria presenza, mentre altri hanno sottoscritto una lettera di protesta indirizzata ai vertici dell'Associazione Italiana Editori, organizzatore della manifestazione, per esprimere il proprio dissenso verso una scelta considerata, da alcuni, come una pericolosa legittimazione.

Le voci della discordia

La polemica, che ha travalicato i confini della fiera per approdare nei salotti televisivi e nei dibattiti pubblici, ha visto schierarsi voci autorevoli su fronti opposti. Da un lato, si è levata la posizione di chi, come il giornalista Giovanni Floris, ha definito senza mezzi termini "un errore" l'invito rivolto all'editore, arrivando a chiedersi retoricamente "che ci stanno a fare i nazisti in una fiera?", in un'affermazione che rimarcava la necessità di tracciare un confine netto verso contenuti giudicati incompatibili con i valori democratici. Una linea di pensiero che considera la selezione degli espositori non come censura, bensì come un atto di responsabilità, volto a proteggere lo spazio culturale da derive estremiste, le quali, secondo questa prospettiva, nulla avrebbero a che vedere con il libero confronto delle idee.

La difesa della complessità e il monito contro l'orticoltura culturale

Dall’altro versante, invece, si è articolata una difesa, se non dell'editore in sé, del principio secondo cui un evento dedicato alla conoscenza non può permettersi di ergere barriere preventive. Una posizione emblematicamente espressa da Giampiero Mughini, il quale, pur dichiarandosi "stupito" dalla virulenza delle proteste, ha sostenuto l'importanza di confrontarsi anche con autori scomodi, citando le sue letture di figure controverse come Degrelle ed Evola. Il suo intervento, che ha suscitato ulteriori reazioni, si è configurato come un monito contro quella che potrebbe essere definita un'orticultura culturale, ossia la tendenza a coltivare solo certe idee ritenute accettabili, un approccio che, a suo avviso, impedirebbe di comprendere la complessità del reale e la natura stessa dei fenomeni storici e sociali.

Il prezzo di una polemica

Al di là delle posizioni, delle quali si è molto discusso, resta il fatto che la fiera è andata in scena in un clima teso, dove il rumore della contesa ha rischiato di coprire il fruscio delle pagine. La vicenda, al netto delle giuste riflessioni che ha suscitato sul ruolo dei curatori degli eventi culturali e sui limiti della tolleranza, ha posto in secondo piano il lavoro di centinaia di altri editori, autori e operatori, il cui lavoro è stato inevitabilmente oscurato. Un episodio che, in definitiva, sembra dimostrare come il confine tra il necessario dibattito sui valori democratici e la trasformazione di una vetrina culturale in un campo di battaglia ideologico sia estremamente sottile, con il rischio concreto che, alla fine, a pagarne il prezzo sia proprio la cultura nella sua accezione più ampia e inclusiva, quella che dovrebbe unire piuttosto che dividere.

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