Taylor Swift brevetta la voce per blindarla dall’intelligenza artificiale

Articolo Precedente

precedente
Articolo Successivo

successivo

Redazione Cultura e Spettacolo Redazione Cultura e Spettacolo   -   È una delle risorse più preziose del pop contemporaneo, quell’ugola d’oro che ha trasformato l’ex ragazza della porta accanto in un fenomeno globale da record. Taylor Swift, ora che il New York Times l’ha inserita tra i trenta migliori cantautori americani viventi, ha deciso di compiere un ulteriore passo, il quale però poco ha a che fare con la musica scritta o incisa. La superstar, che ha appena depositato alcune domande di registrazione di marchio attraverso la sua società, la TAS Rights Management, mira a blindare proprio la sua voce e, insieme ad essa, la sua immagine scenica. Lo ha fatto servendosi di due clip audio e di una fotografia, tutti e tre i materiali già consegnati all’Ufficio brevetti e marchi degli Stati Uniti (USPTO) lo scorso 24 aprile.

Se a dirlo è lei, non ci sono dubbi: “Questa voce è mia”, e in un’epoca di deepfake galoppanti dove l’intelligenza artificiale generativa è capace di replicare timbri e inflessioni con inquietante fedeltà, la mossa assume i contorni di una vera e propria operazione di difesa preventiva. Nei due spezzoni sonori, depositati per ottenere la certificazione di “sound mark” (un tipo di marchio sonoro meno comune ma non inedito), si sente chiaramente la cantante dire “Hey, it’s Taylor Swift” e “Hey, it’s Taylor”, frasi che potrebbero diventare intangible asset protetti per legge. L’avvocato specializzato in proprietà intellettuale Josh Gerben, che per primo ha diffuso la notizia attraverso il suo blog personale, ha spiegato come questi depositi “siano specificamente progettati per proteggere Taylor dalle minacce poste dall’intelligenza artificiale”.

Un precedente legale per sfuggire al vuoto normativo

La questione, complessa e destinata a fare giurisprudenza, affonda le radici in una lacuna legislativa che la tecnologia ha reso ormai evidente. Storicamente, i cantanti hanno sempre fatto affidamento sulla legge sul diritto d’autore (copyright) per tutelare le loro registrazioni musicali; se qualcuno copiava un brano, si poteva fare causa. Ma le moderne tecniche di AI, come ha osservato Gerben, “permettono agli utenti di generare contenuti completamente nuovi che imitano la voce di un artista senza copiare una registrazione esistente”. Questo “gap” normativo è ciò che la pop star intende colmare trasformando la propria voce in un marchio di fabbrica registrato.

Non si tratta solo della voce, però. La terza domanda presentata riguarda un’immagine ben precisa: quella che ritrae Swift sul palco, vestita con un bodysuit multicolore iridescente, stivali argentati e una chitarra rosa tra le mani, il tutto sullo sfondo di una pedana e un microfono rosa. L’obiettivo? Poter agire legalmente anche quando un deepfake visivo, riproducendo quella sagoma o quella posa, tenti di suggerire una falsa partecipazione o una falsa sponsorizzazione. È una strategia che richiama quella già intrapresa dall’attore Matthew McConaughey, il quale ha recentemente ottenuto approvazioni simili per la sua celebre espressione “Alright, alright, alright”.

Quando l’imprenditoria di se stessa incontra la cronaca

Del resto, se Taylor Swift è diventata una delle artiste più pagate al mondo, non è soltanto merito del talento compositivo. Nel corso degli anni, la cantante ha dimostrato una ferrea vocazione imprenditoriale, specialmente quando si è trattato di riappropriarsi del controllo dei master delle sue prime incisioni o di tutelare i propri investimenti economici. La sua guerra all’intelligenza artificiale, in questo senso, rappresenta l’ennesimo fronte di una battaglia per il controllo della propria identità pubblica.

E non si può dire che le preoccupazioni di Swift siano campate in aria. La sua immagine è già stata bersaglio di episodi gravi di cronaca nera tecnologica: tempo fa circolarono in rete immagini deepfake di natura esplicita che la ritraevano senza il suo consenso. In un altro episodio, avvenuto durante la campagna presidenziale del 2024, il presidente Donald Trump (che siede ormai alla Casa Bianca da più di un anno) condivise sui suoi canali dei contenuti generati dall’AI che mostravano la cantante impegnata in una falsa endorsement. Episodi come questi, che violano la sfera personale e possono trarre in inganno il pubblico, dimostrano con chiarezza la necessità di uno scudo legale più solido.

La strategia del ferro e del velluto

La legge statunitense sulla “Right of Publicity” offre già una certa protezione contro l’uso non autorizzato dell’immagine di un personaggio famoso a scopo commerciale, ma si tratta di normative che variano da stato a stato e che spesso non sono pensate per intercettare la rapida evoluzione degli algoritmi generativi. Il marchio federale, al contrario, offrirebbe a Swift un’arma da brandire in tribunale su tutto il territorio nazionale, con la possibilità di bloccare usi “confusamente simili” alla proprietà intellettuale registrata.

Non è un caso che la cantante abbia incluso nei depositi anche riferimenti promozionali al suo nuovo album, “The Life of a Showgirl”. In tal modo, chiunque utilizzi una voce sintetica che ricordi la sua per promuovere prodotti musicali concorrenti (o per farlo senza licenza) potrebbe incorrere in una violazione di marchio. È una partita a scacchi che si gioca sui dettagli, con mosse che il sistema giudiziario americano dovrà presto valutare. Per ora, l’ufficio brevetti ha accettato le domande, le quali sono in attesa di essere assegnate a un esaminatore. Se approvata, la mossa di Taylor Swift potrebbe davvero scrivere un nuovo capitolo del diritto dello spettacolo nell’era dell’AI.

Puoi condividere questo articolo o riprenderne i contenuti, anche parzialmente, citando la fonte con link attivo a informazione.news, il portale online di notizie e approfondimenti.