Saviano: "Un giornale dissidente che in tempi difficili conserva la speranza"
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Redazione Interno
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Tra gli ospiti della mostra che al Mattatoio di Roma celebra i cinquant'anni di Repubblica, Roberto Saviano non ha nascosto l'emozione, ricordando quel lungo periodo, più di un decennio, in cui ha condiviso un pezzo di strada con il quotidiano fondato da Eugenio Scalfari. L'autore di Gomorra ha definito quella testata, con parole che sembrano scavare nel profondo del suo significato storico, un luogo di battaglie e di pensiero critico, sottolineandone il ruolo di baluardo dissidente capace di custodire la speranza anche nelle fasi più complesse della vita nazionale. Le sue riflessioni, che si intrecciano con le celebrazioni per l'anniversario, disegnano il profilo di una pubblicazione che ha saputo interpretare le ansie e le trasformazioni del Paese, diventando spesso un punto di riferimento, seppur non privo di critiche, per intere generazioni di lettori.
Il messaggio del Pontefice e il dialogo come via per la pace
In un messaggio indirizzato al direttore Mario Orfeo, Papa Leone XIV ha offerto diversi spunti di riflessione in occasione dello stesso compleanno del giornale, ponendo l'accento su un rapporto costante con i lettori e sulla libertà come criterio fondamentale per narrare non solo le vicende italiane ma anche quelle globali ed ecclesiali degli ultimi cinquant'anni. Il Pontefice ha indicato nel dialogo, del quale la stampa è chiamata a essere luogo privilegiato e talvolta spietatamente franco, una via irrinunciabile per costruire quella pace che rappresenta un bene comune e sempre più fragile. Questa visione, che attribuisce alla carta stampata una missione che va oltre la cronaca, sembra risuonare con le parole di altri osservatori che hanno colto, nelle pagine del quotidiano, la tensione verso un confronto aperto e mai banale.
Le memorie di un fondatore e l'evoluzione di un progetto
Paolo Guzzanti, ripercorrendo con uno sguardo personale quella lunga avventura, ha invece tracciato un ritratto diverso delle origini, ricordando come Repubblica fosse ai suoi albori un "giornale corsaro" e genuinamente liberale, che parlava a una specifica borghesia di sinistra così come il Giornale di Indro Montanelli si rivolgeva a quella di centrodestra. Quel clima, fatto di messe cantate e di politici tenuti in attesa al telefono, di un certo gusto epico per il racconto e per la notizia, rappresenta secondo lui un'alchimia irripetibile, svanita poi in quello che ha definito, senza mezzi termini, un "sinistrismo terra-terra". Le sue parole, mentre rivolgono auguri al nuovo editore greco, sembrano custodire la nostalgia per un progetto che, nella sua visione, ha conosciuto un'evoluzione profonda e non sempre lineare.
La prospettiva di un lettore che divenne protagonista
Nichi Vendola, dal canto suo, ha iniziato il suo racconto notando come mezzo secolo costituisca un'intera epoca e, al contempo, un batter di ciglia nella corsa della storia. Rievoca i suoi diciotto anni, quando i giornali che amava sfoggiare erano l'Unità e il manifesto, mentre il nuovo arrivato suscitava in lui una miscela di diffidenza ideologica e di viva curiosità intellettuale. Nel ricordare figure come Scalfari e Berlinguer, e temi come la questione morale, Vendola riconosce alla testata di aver anticipato i tempi, cogliendo fermenti e contraddizioni che avrebbero segnato il dibattito pubblico negli anni a venire. La sua testimonianza completa un mosaico di voci che, pur differenti, attestano l'impressionante capacità di penetrazione di un quotidiano diventato parte integrante del tessuto sociale e culturale italiano.




