Fano, il gip convalida l’arresto per il 21enne che accoltellò i genitori e il fratello: “Raptus dovuto ai maltrattamenti del padre”

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Redazione Interno Redazione Interno   -   Non c’è stata una lite, almeno non una degenerata all’improvviso da un banale litigio. A sostenerlo, sulla base della versione fornita dal giovane operaio bengalese di 21 anni, sono i difensori Andrea Floriani e Marco Baietta. Al termine dell’interrogatorio di garanzia, che si è svolto nel pomeriggio nella caserma dei carabinieri di Fano davanti alla pm Annadomenica Gallucci, gli avvocati hanno tratteggiato un quadro psicologico complesso per il loro assistito: quello di un ragazzo che avrebbe agito in preda a un raptus, scatenato – a suo dire – da anni di maltrattamenti subiti proprio dalla vittima che versa ora in condizioni più critiche. Il giovane, che ha compiuto 21 anni lo scorso 25 aprile, ha formalmente confermato le proprie responsabilità materiali, chiedendo scusa per quanto accaduto, ma ha anche precisato di non aver mai avuto l’intenzione di uccidere.

La chiamata al 118 e la furia cieca nella notte di Pasquetta

Sono stati i soccorsi a squarciare il velo di un orrore consumatosi tra le mura domestiche di viale 12 Settembre, una strada adiacente la statale nei pressi del santuario di San Paterniano. Poco dopo le 3:30 della notte tra lunedì e martedì, una voce concitata – quella della madre, secondo una prima ricostruzione – ha allertato il 118 con un grido che ancora risuona negli atti: “Venite, stiamo male, stiamo morendo tutti”. Quando i carabinieri e i sanitari sono entrati nell’appartamento, hanno trovato una scena agghiacciante: il padre Ripon, 46 anni, e la madre Rebecca Sultana, 43, insieme al figlio minore di 16 anni, giacevano a terra con numerose ferite da taglio. Il 46enne, in particolare, è stato trasportato in eliambulanza all’ospedale regionale di Torrette di Ancona, dove i medici lo hanno sottoposto a un delicato intervento chirurgico; la prognosi, per lui, resta riservata. La moglie e il ragazzo di 16 anni, anch’essi ricoverati nello stesso nosocomio, seppur in condizioni serie, non sarebbero in pericolo di vita immediato.

La difesa: “Maltrattamenti continui” e la versione del “gesto meditato”

Se da un lato la difesa parla di un impeto irrefrenabile legato a un presunto clima familiare opprimente, gli investigatori stanno ancora cercando di dipanare la matassa del movente. Il 21enne, che al momento dell’arresto è apparso in stato di alterazione psicofisica probabilmente dovuta all’abuso di alcol, avrebbe lasciato trapelare una verità inquietante già nelle prime battute dell’interrogatorio: “È un gesto che meditavo da tempo”, avrebbe confessato ai militari, sebbene senza addentrarsi in particolari specifici sulle ragioni profonde dell’odio. I suoi legali, pur ammettendo la gravità oggettiva del tentato triplice omicidio aggravato, hanno già accennato alla volontà di richiedere una perizia psichiatrica per accertare la capacità di intendere e volere al momento dei fatti, sottolineando come il loro assistito, un operaio senza precedenti, appaia ora profondamente provato e bisognoso di supporto psicologico.

Un ambiente familiare sotto osservazione

La comunità bengalese di Fano, molto integrata e attiva nel commercio locale, fatica a trovare una spiegazione logica a un episodio che ha scosso l’intera provincia. Lo zio del ragazzo, Shoel Md (conosciuto in città come Jonny), gestisce un minimarket in centro ed è apparso visibilmente sconvolto davanti ai cronisti: “Mi hanno chiamato alle tre e mezza – ha raccontato –, sono corso subito. Ho visto il sangue, poi le ambulanze. Mio nipote lavorava, era un ragazzo tranquillo, mai violento”. Tuttavia, emergono anche dettagli meno idilliaci dal quartiere: alcuni vicini hanno riferito di tensioni pregresse e di un clima familiare a tratti difficile. Un vicino di casa, titolare di una scuola guida, ha raccontato di un precedente litigio avuto con il padre dell’indagato a causa degli odori di cucina etnica, durante il quale l’uomo avrebbe reagito in modo minaccioso; sebbene fosse stato poi il figlio minore a scusarsi per quell’episodio, l’aneddoto restituisce l’immagine di un contesto domestico tutt’altro che sereno, forse caratterizzato da un carattere autoritario del capofamiglia che la difesa dell’indagato ha definito “maltrattante”.

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