Congo, frana in una miniera di coltan nel Nord Kivu: oltre duecento vittime tra i pozzi artigianali
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Redazione Esteri
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Una frana, innescata dalle piogge che da giorni battono la regione, ha sepolto decine di pozzi scavati a mano nella miniera di coltan di Rubaya, nel territorio di Masisi, travolgendo chi, in condizioni estreme, cercava il prezioso minerale. Il bilancio, ancora provvisorio e segnato da una drammatica discordanza nei numeri, parla di almeno duecentoventisei morti secondo le autorità locali nominate dai ribelli, mentre organizzazioni della società civile e attivisti sul terreno elevano la cifra a oltre quattrocento dispersi, tra minatori, piccoli commercianti, donne e bambini che animavano il mercato spontaneo sorto attorno al sito estrattivo.
La zona sotto controllo ribelle e il valore strategico del coltan
L’area del disastro, come gran parte del Nord Kivu, è saldamente sotto il controllo del gruppo armato Afc/M23, sostenuto, secondo le numerose accuse della comunità internazionale, dal vicino Ruanda. Proprio qui, in questa provincia lacerata da un conflitto trentennale per il controllo delle risorse, si estrae circa il quindici per cento del coltan globale, un minerale cruciale dalla cui raffinazione si ottiene il tantalio, metallo indispensabile per la produzione di condensatori utilizzati in telefoni cellulari, computer e componenti aerospaziali. L’estrazione, com’è noto, avviene perlopiù in modo artigianale e selvaggio, con strumenti rudimentali e in totale assenza di misure di sicurezza, mentre il materiale estratto finisce per alimentare una catena di approvvigionamento opaca che si ramifica nei circuiti del commercio globale.
Un disastro annunciato nelle viscere della terra
Quello di Rubaya non è un incidente isolato, ma l’ultimo, terribile capitolo di una lunga serie di tragedie nelle miniere informali del Congo, dove la ricerca del minerale, condotta in gallerie profonde e instabili, procede senza alcun criterio di ingegneria geologica. La stessa stagione delle piogge, che ammorbidisce il terreno argilloso, trasforma questi scavi in trappole mortali, un rischio calcolato e accettato da migliaia di persone spinte dalla povertà più assoluta. Le inchieste giornalistiche e i rapporti delle Nazioni Unite hanno più volte documentato, del resto, come lo sfruttamento di questi giacimenti finanzi direttamente o indirettamente i gruppi armati, perpetuando così un circolo vizioso di violenza e sfruttamento.
Le reazioni e le richieste di sospensione delle attività
Di fronte alla portata della sciagura, le voci della società civile congolese e di numerosi attivisti internazionali si sono levate per chiedere con urgenza la sospensione immediata di ogni attività estrattiva in queste miniere “calde”, giudicate del tutto insicure. La tragedia, nella sua dimensione spaventosa, riaccende i riflettori sulle responsabilità della filiera industriale globale che utilizza questi minerali, sollecitando, come avvenuto in passato per i cosiddetti “minerali dei conflitti”, un controllo più stringente e tracciabile sull’origine delle materie prime. Il disastro di Rubaya, mentre le operazioni di recupero dei corpi procedono lentamente, si staglia dunque non solo come un lutto nazionale ma anche come un emblematico caso studio sulle contraddizioni dell’economia globale.




