La Roma travolge la Fiorentina, Gasperini lancia l’ultimo assalto alla Champions e mette nel mirino la società: “Serve più chiarezza o vado via”
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Redazione Sport
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La volata per la prossima Champions League si è fatta improvvisamente più corta, e l’Olimpico ne è stato il teatro principale. I giallorossi, in una domenica che definire semplicemente “perfetta” sarebbe quasi riduttivo, hanno letteralmente schiantato la Fiorentina con un perentorio 4-0, un poker che vale molto più di tre punti in classifica. Questa vittoria, la seconda consecutiva senza subire reti, permette alla squadra di Gian Piero Gasperini di agganciare virtualmente il treno dei grandi, portandosi a -1 dal quarto posto occupato dalla Juventus di Spalletti e a -3 dal Milan, scavalcando addirittura il Como nel giro di poche ore. Una prestazione, quella offerta contro i viola ormai salvi, che non ha lasciato spazio a repliche: le reti di Mancini, Wesley, Hermoso (nella prima frazione) e il sigillo di Pisilli nella ripresa hanno fotografato una superiorità tecnica e fisica inequivocabile.
Finalmente a ranghi completi – e qui sta forse il rammarico più grande di questa stagione – la macchina di Gasperini ha ritrovato quella fluidità di manovra che a tratti era sembrata smarrita. L’allenatore, che dopo il fischio finale ha sfoggiato il suo sorriso migliore, ha analizzato il momento offensivo della sua creatura con la consueta precisione analitica. Ai microfoni di Sky Sport ha spiegato come, nel girone di ritorno, la qualità del gioco sotto porta sia cambiata radicalmente: “Realizziamo sicuramente più gol rispetto all’andata, anche se ne subiamo qualcuno in più – ha commentato a caldo – ma oggi siamo andati a segno con giocatori diversi, al termine di buone azioni”. Una dichiarazione che certifica la crescita di un gruppo che, nonostante le assenze pesanti patite durante l’inverno (pensiamo agli attaccanti letteralmente “spariti dai radar” causa infortuni), non ha mai smesso di crederci.
«Questa squadra non è da sesto posto»: la stoccata a chi li sottovaluta
Ma se la vittoria lenisce le ferite, non cancella certo le incomprensioni accumulate nei mesi scorsi. E Gasperini, lo si sa, non è tipo da mezze misure. Stuzzicato sul suo futuro alla guida della Roma e sulla corsa all’Europa che verrà, il tecnico ha cambiato registro, passando dalla soddisfazione sportiva a una sorta di ultimatum nei confronti della proprietà. “Dispiace che qualcuno possa pensare che questo sia un gruppo da sesto posto – ha tuonato il mister –. Il gruppo è forte, ci mette sempre la faccia e non si tira mai indietro”. Una difesa spassionata dei suoi giocatori, ai quali ha riconosciuto valori morali che vanno ben oltre quelli tecnici.
Il messaggio, però, è diventato subito più duro e diretto quando il discorso è scivolato sui piani alti di Trigoria. Gasperini ha chiesto a gran voce quella che lui definisce “maggiore chiarezza”, un termine che nelle sue corde suona quasi come una condizione sine qua non per continuare. “Bisognerà evitare i disguidi che ci sono stati in questa stagione – ha spiegato riferendosi ai rapporti interni non sempre lineari –. Forse non ci siamo capiti bene all’inizio”. La frase che ha gelato l’ambiente, però, è arrivata al culmine del ragionamento: “Io lavoro con le mie idee. Se devo farlo con quelle degli altri, allora è meglio che mi trovi un altro posto”. Nessuna via di mezzo, dunque. Per il tecnico, che ha spesso lamentato un organico non del tutto ottimale per mancanza di innesti o per un’emorragia di effettivi nei reparti chiave, la programmazione futura dovrà rispettare la sua visione o la separazione sarà inevitabile.
Dybala e i rientri, l’arma in più per il rush finale
Guardando al presente, e solo al presente, Gasperini sa di poter contare su una rosa finalmente al gran completo, un lusso che gli era mancato per troppe settimane tra ottobre e dicembre. La presenza in campo di calciatori come Paulo Dybala – rientrato e subito a disposizione dopo lo spezzone giocato contro il Bologna – rappresenta un valore aggiunto non indifferente in questa volata. “Intanto speriamo di recuperare bene Dybala e Soulé, che ci sono mancati per tanto tempo – ha aggiunto il tecnico –. Abbiamo avuto un’emorragia di attaccanti nel girone di ritorno, questi ragazzi sono encomiabili”.
L’obiettivo è chiaro e non ammette calcoli: la Champions League. Anche se il tecnico ha volutamente evitato di alimentare facili entusiasmi, sottolineando come, a quattro giornate dalla fine, ogni partita sia una bolla a sé stante. “Non dobbiamo sbagliare niente per avere ancora speranza – ha ribadito –. Le gare sono tutte difficili ed equilibrate”. Se da un lato l’allenatore si gode la ritrovata solidità e la profondità di una rosa che ora può contare sugli innesti di gennaio, dall’altro scarica tutta la responsabilità degli eventuali successi (o dei rimpianti) sulla gestione societaria, chiedendo garanzie per il futuro che nessuno, al momento, sembra in grado di offrirgli con certezza.
«Sarri diserta il derby? Vedrete che viene»: la battuta sul collega
In mezzo a tante polemiche latenti e a dichiarazioni da ultimatum, non è mancato uno spiraglio di leggerezza (se così si può definire) quando l’argomento è scivolato sul derby in programma. Stuzzicato sulla presunta assenza del collega Maurizio Sarri, critico verso l’orario mattutino del match in concomitanza con la finale degli Internazionali di tennis, Gasperini ha risposto con una certa ironia. “Il problema è che non ci sono altri orari – ha sorriso il tecnico –. Nessuno è felice di giocare a quell’ora, ma per ordine pubblico non si può giocare di sera. Sarri non viene? Ma sì, vedrete che viene”. Una battuta che, seppur apparentemente laterale, ha avuto il merito di alleggerire una pressione che altrimenti sarebbe stata asfissiante.
Per la Roma, però, ora conta solo il campo. Con la Fiorentina archiviata (e salva nonostante il tracollo), l’asticella si alza nuovamente. Manca davvero poco al traguardo e, con l’ambiente finalmente galvanizzato dalla goleada, Gasperini ha messo tutti di fronte alle proprie responsabilità: quella di una squadra che non molla mai e quella di una società chiamata a scegliere se seguire il suo credo calcistico o a lasciarlo andare.




