Francia, la sinistra senza bussola e il dilemma della primarie “non-mélenchoniste”
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Redazione Esteri
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Domenica sera, ai microfoni di TF1, Jean-Luc Mélenchon ha rotto gli indugi: sarà della partita anche nel 2027, la quarta volta consecutiva, e con un’età – settantaquattro anni – che in molti, persino tra i suoi sostenitori, considerano più un peso che un’opportunità. Il leader de La France Insoumise ha rivendicato però, con la consueta verve da “tribuno rosso”, di essere “il più preparato” per fronteggiare il Rassemblement National, dato ormai dai sondaggi come il principale avversario in un contesto segnato da guerre, crisi climatica e fratture sociali. L’annuncio, arrivato in diretta televisiva, ha di fatto aperto ufficialmente la campagna elettorale francese, facendo di Mélenchon il primo tra i candidati più quotati – insieme agli ex premier macronisti Édouard Philippe e Gabriel Attal, e alla stessa Marine Le Pen – a gettare il cappello sul ring dell’Eliseo.
Il nodo giudiziario che blocca (per ora) l’estrema destra
Diverso, e più scivoloso, è il terreno su cui si muove Marine Le Pen, la cui candidatura resta sospesa come una lama di ghigliottina in attesa dell’esito dell’appello sul processo per peculato. Una condanna definitiva – lo si è capito dagli umori dei palazzi giudiziari parigini – potrebbe estrometterla dalla corsa, lasciando il campo al giovane Jordan Bardella. Quest’ultimo, però, non ha ancora né l’autorevolezza né la macchina organizzativa della zia politica, e questo paradosso alimenta un’altra incertezza: se la destra xenofoba dovesse presentarsi al voto con un volto diverso da quello della Le Pen, l’intero equilibrio del secondo turno potrebbe cambiare. Ma al momento, a un anno dal voto, lo scenario più probabile resta una sfida tra leader estremisti, con i moderati – quelli che sognano di emulare il macronismo della prima ora – costretti a inseguire.
La sinistra “senza Mélenchon” cerca una via che non trova
Ed è proprio qui che si innesta il dilemma più silenzioso, e forse più lacerante, per il campo progressista. La candidatura di Mélenchon non solo cristallizza le divisioni interne a La France Insoumise, ma rischia di soffocare qualsiasi tentativo di costruire un’alternativa “non-mélenchonista” credibile. Molti, all’interno del Partito socialista e dei Verdi, lo ammettono a denti stretti: il vecchio leader occupa uno spazio simbolico e mediatico tale che ogni primarie senza di lui apparirebbe come un’operazione di facciata, priva di quella combustione emotiva che, nel 2022, lo portò a sfiorare il ballottaggio. Eppure, aggiungono i più realisti, proprio quella sconfitta di misura rivelò i limiti del suo metodo: polarizzante, accentratore, nemico giurato di ogni compromesso di governo. Senza di lui, però, la sinistra francese non sa nemmeno da dove cominciare a ricostruire un’unità; con lui, teme di ripetere lo stesso copione, fatto di travolgenti entusiasmi digitali e altrettanto rovinosi veti incrociati.
L’ombra delle “profezie che si autoavverano”
Se le cosiddette “profezie che si autoavverano” influenzano davvero le scelte elettorali, la Francia avanza su un crinale assai scivoloso. L’annuncio di Mélenchon, lungi dal chiarire le acque, ha spinto il fronte moderato a interrogarsi su un’eventuale primaria a geometria variabile, capace di includere pezzi dell’ex maggioranza presidenziale e alcuni transfughi dell’area socialista. Un’operazione ad altissima tensione, perché richiederebbe di rinnegare la retorica antimacronista che ha nutrito per anni la sinistra radicale. Nel frattempo, l’Eliseo resta sullo sfondo, in attesa di sapere se il 2027 sarà l’anno della rivincita di Mélenchon, del trapasso di consegne alla nuova generazione lepenista o – ipotesi che nessuno pronuncia ad alta voce – della resurrezione in extremis di un centro che non ha ancora trovato il proprio candidato. Quel che è certo, per ora, è solo il nome del primo partente: Jean-Luc Mélenchon, quarto atto, senza rete e senza alleati certi.




