Povia e il concerto cancellato a Monza: “Luca era gay” finisce ancora al centro di una censura

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Redazione Cultura e Spettacolo Redazione Cultura e Spettacolo   -   A distanza di diciassette anni, quella canzone continua a rappresentare un macigno sulla carriera di Giuseppe Povia. L’annuncio, arrivato come un fulmine a ciel sereno attraverso un video pubblicato sui suoi canali social, ha confermato l’ennesima defezione: il concerto che il cantautore milanese avrebbe dovuto tenere il 6 maggio all’Opiquad Arena di Monza è stato cancellato. L’esibizione, rientrante nel cartellone di “True Love Impact” – manifestazione ideata dal Consorzio Vero Volley, realtà che riunisce le principali squadre professionistiche di pallavolo tra Monza e Milano – è saltata all’ultimo minuto, lasciando l’artista, 53 anni, in quello stato di “amarezza” che lui stesso non ha esitato a definire “ormai consueto”. Il pretesto, o quantomeno il movente secondo la versione del diretto interessato, risiede ancora una volta nel brano “Luca era gay”, il pezzo presentato sul palco dell’Ariston nel 2009, arrivato secondo e da allora diventato simbolo di una spaccatura culturale insanabile.

La versione del cantautore e l’accusa di esclusione

Nel dettaglio, la ricostruzione fornita dallo stesso Povia lascia intendere una strategia ben precisa da parte degli organizzatori. Lui racconta di aver ricevuto prima una richiesta insistente della scaletta – cosa che, ammette, gli era parsa subito sospetta – e poi una telefonata, seguita da una mail, con cui gli veniva comunicata la disdetta. La ragione addotta dal Consorzio, riferita dall’artista nel suo sfogo, era disarmante nella sua contraddizione: trattandosi di un evento votato all’“inclusione e alla responsabilità sociale”, non sarebbe stato opportuno cantare “pezzi sociali”, e ovviamente “Luca era gay” rientrava in questo novero. “Mi ritrovo ancora una volta – ha dichiarato – con un concerto contrattualizzato mesi fa, con tanto entusiasmo, e annullato all’ultimo. Per colpa di quella canzone non riesco più a fare un’ospitata in tv, e non posso nemmeno presentare i miei nuovi brani, compreso quello sul cyberbullismo”. A sostegno di questa tesi, Povia ha ribadito la propria natura di cantautore civile, sostenendo che se si invita lui, non lo si può privare della sua essenza artistica. Ha inoltre aggiunto un dettaglio non secondario sull’aspetto economico della vicenda: il cachet gli verrà comunque corrisposto – una clausola prevista dal contratto per la rescissione – ma lui ha già annunciato l’intenzione di devolverlo interamente in beneficenza, rifiutando quella che considera una somma “per tapparmi la bocca”.

La smentita degli organizzatori: “Un rinvio per motivi organizzativi”

Dall’altra parte della barricata, il Consorzio Vero Volley ha prontamente alzato un muro rispetto all’accusa di censura, fornendo una narrazione diametralmente opposta. Attraverso le note ufficiali riportate dagli organi di stampa, la società ha negato qualsiasi correlazione diretta tra l’annullamento e il testo controverso di “Luca era gay”, definendo la decisione come una mera questione logistica. La loro posizione, filtrata da diverse dichiarazioni, sostiene che la presenza dell’artista “non fosse esattamente in linea con il significato dell’evento”, un’espressione volutamente generica che sembra fare riferimento più all’immagine complessiva del cantante che a un singolo pezzo. Inoltre, hanno precisato che il contratto originale prevedeva la facoltà di rinviare l’esibizione ad altra data, magari nella nuova stagione autunnale, respingendo al mittente l’idea di una “cancellazione” definitiva. Il rinvio, hanno spiegato, sarebbe motivato dall’eccessiva densità di un programma che nel frattempo si era arricchito di numerosi eventi, rendendo complicato inserire lo show. Nonostante ciò, il Consorzio ha ammesso che la prestazione non si terrà mercoledì, lasciando però intendere che i rapporti contrattuali non sono recisi e che il versamento del compenso, comunque previsto, non costituisce un “silenzio pagato”, bensì l’adempimento di un obbligo.

Una polemica lunga diciassette anni

L’episodio di Monza non è che l’ultima pagina di una storia lunga quasi due decenni, iniziata sul palco di Sanremo quando quel brano – vincitore del Premio Mogol per il testo – scatenò l’ira delle associazioni LGBTQ+ e di una larga fetta dell’opinione pubblica. La canzone, che racconta la vicenda di un uomo che “guarirebbe” dall’omosessualità, venne accusata di veicolare l’idea di una possibile “reversibilità” dell’orientamento sessuale, un tema che Povia ha sempre difeso con convinzione, ribadendo di aver scritto semplicemente “un brano d’amore pluripremiato”. Da allora, la sua carriera ha subito una serie di battute d’arresto che lui stesso attribuisce a una sistematica opera di esclusione da parte del sistema mediatico e musicale italiano; basti pensare alla recente esclusione dal Festival di Sanremo 2025, che ha riaperto le vecchie ferite. Anche il caso del concerto di Monza – dove l’artista si sarebbe esibito in un evento patrocinato da Comune, Regione e Parlamento Europeo, dedicato a temi come il bullismo e i diritti – ripropone il medesimo schema: da un lato, la denuncia di una libertà artistica soffocata; dall’altro, la scelta di un’organizzazione che preferisce allontanare una figura giudicata scomoda o incompatibile con i propri valori dichiarati. Nel video pubblicato ieri, Povia ha concluso il suo sfogo citando un suo altro pezzo sul disagio giovanile, osservando che “per fermare il bullismo dei piccoli, bisogna fermare il bullismo dei grandi”, un monito che, a suo avviso, l’industria dello spettacolo farebbe bene a prendere in considerazione, al di là delle strumentalizzazioni.

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