Iran, la battaglia delle cifre sulla repressione mentre le proteste continuano
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Redazione Esteri
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Nella complessa e spesso opaca geografia del dissenso in Iran, dove ogni informazione viene filtrata, contestata o strumentalizzata, emerge con forza la testimonianza di chi, come Alessia Piperno, ha vissuto in prima persona la durezza della detenzione nel carcere di Evin. La travel planner e scrittrice, arrestata nel 2022, descrive un clima di profonda solitudine e disperazione, sottolineando come per molti iraniani quella in corso sia percepita come «una rivoluzione», una questione di vita o di morte. «Un amico mi ha scritto una frase molto forte: "Hanno ucciso la nuova generazione"», racconta Piperno, evidenziando la drammaticità di una situazione in cui l'accesso a internet è concesso solo per poche ore al giorno, rendendo quasi impossibile qualsiasi comunicazione stabile con l'esterno e qualsiasi verifica indipendente di quanto accade nelle piazze e nelle strade.
Il conto dei morti come campo di battaglia geopolitico
Proprio questa opacità informativa, del resto, alimenta da mesi una guerra parallela, fatta di numeri e bilanci divergenti che trascendono la mera cronaca per trasformarsi in un'arma politica di portata internazionale. Da una parte, media come Iran International, con sede a Londra, e pubblicazioni autorevoli come il Time hanno diffuso stime shockanti, parlando di oltre trentamila, addirittura trentaseimilacinquecento, vittime della repressione seguita alle proteste scoppiate all'inizio di gennaio; cifre che, se confermate, dipingerebbero un quadro di una repressione di inaudita ferocia, costruendo una narrazione potente che orienta l'opinione pubblica globale e fornisce argomenti a chi invoca un cambio di regime o più severe sanzioni internazionali.
La smentita di Teheran e l'oscuramento delle fonti
Dall'altra parte, le autorità di Teheran respingono con veemenza tali ricostruzioni, bollandole come propaganda ostile. Il rappresentante del Ministero degli Esteri iraniano, Esmail Baghaei, ha definito le notizie su un simile numero di morti «una bugia in stile Hitler», accusando i media occidentali di diffondere deliberatamente falsità per scopi politici. Questo scontro sui numeri avviene in un contesto dove la verifica sul campo è estremamente difficile: le comunicazioni sono interrotte, i sistemi di messaggistica funzionano a singhiozzo e le poche testimonianze che riescono a superare i confini, spesso in modo rocambolesco, parlano di pronto soccorso sovraffollati e di una strategia oppressiva che mira a isolare e reprimere ogni focolaio di dissenso.
Le difficoltà di una verifica indipendente
La carneficina, secondo quanto emerge da queste fonti frammentarie, sembra essere organizzata e sistematica, anche se risulta pressoché impossibile quantificarne l'esatta portata. Le grandi difficoltà nel computare le vittime, d'altronde, non derivano solo dalla censura e dal blackout informativo imposti dalle autorità, ma anche dal clima di paura che permea il paese, rendendo estremamente rischioso per chiunque diffondere notizie o cercare di fare un bilancio. Quei pochi messaggi che escono, ai quali è spesso impossibile rispondere, restano quindi l'unico, flebile canale per comprendere la reale entità di una crisi che, al di là delle cifre contrapposte, continua a segnare profondamente la società iraniana.




