Torino-Lazio, la cura D’Aversa funziona subito: Simeone e Zapata affondano una Lazio irriconoscibile

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Redazione Sport Redazione Sport   -   C’era una volta il Torino timido e rinunciatario, quello che arrancava in classifica e sembrava non avere più un’identità precisa. Poi è arrivato Roberto D’Aversa, e nel giro di pochi giorni – quelli che separano il suo insediamento dal fischio d’inizio della ventisettesima giornata – la musica è cambiata radicalmente, come spesso accade quando una squadra vive lo scossone del cambio tecnico e ritrova un’anima che sembrava smarrita. Di fronte a un Olimpico Grande Torino che, va detto, non faceva da cornide ideale a causa di una contestazione trasversale che accomunava entrambe le tifoserie – entrambi i popoli, quello granata e quello biancoceleste, in aperto dissidio con le rispettive proprietà – i padroni di casa hanno offerto una prestazione solida, cinica e soprattutto concreta, qualità che erano state un miraggio per larga parte della gestione precedente.

La sfida, più che una partita di calcio, rischiava di trasformarsi in una specie di referendum popolare contro i presidenti Urbano Cairo e Claudio Lotito, ma per fortuna del gioco – e degli occhi di chi guarda – il campo ha presto preso il sopravvento sulle contestazioni. Il primo squillo è arrivato al ventunesimo minuto del primo tempo, quando Duván Zapata ha provato una conclusione deviata da Alessio Romagnoli; sulla palla, che sembrava destinata a perdersi sul fondo o a terminare tra le braccia di Provedel, si è avventato con la fame del rapace d’area quel Giovanni Simeone che, si sa, contro la Lazio ha un feeling speciale. Il Cholito ha spinto il pallone in rete nonostante il disperato tentativo sulla linea di Oliver Provstgaard, e l’1-0 ha rotto un equilibrio che, a dirla tutta, reggeva più per demeriti altrui che per meriti effettivi dei granata.

Se il primo tempo aveva visto un Torino propositivo ma non impeccabile, la ripresa ha certificato il tracollo mentale e tecnico degli uomini di Maurizio Sarri, apparsi scarichi, sterili e incredibilmente prevedibili in fase di impostazione. Al cinquantatreesimo minuto, il colpo del ko: un cross perfetto dalle fasce, opera di Rafael Obrador – tra i migliori in termini di spinta – ha trovato la testa possente di Zapata, che ha incornato con la violenza e la precisione dei tempi migliori, regalando il 2-0 e mettendo in ghiaccio una partita che, di fatto, non ha mai visto una vera reazione della Lazio. I biancocelesti hanno provato a sporadici sussulti a riaprirla, ma l’unico brivido vero l’ha procurato Alessio Romagnoli nel finale, con un colpo di testa su cui Paleari ha dovuto compiere un vero e proprio miracolo per mantenere inviolata la porta.

Nel mezzo, una miriade di errori tecnici, una manovra confusa e l’impressione netta che in campo ci fosse solo una squadra, quella granata, mentre l’altra sembrava vagare senza bussola né convinzione. Le pagelle parlano chiaro: dalla parte del Toro spiccano i nomi di Zapata, votato come migliore in assoluto per la sua prestazione muscolare e decisiva, e di Simeone, una sentenza come sempre quando incrocia i biancocelesti, senza dimenticare l’ottimo lavoro di interdizione di Prati e la solidità del reparto arretrato, con Ismajli puntuale nelle chiusure. Sul fronte laziale, invece, le sufficienze sono merce rara: Pellegrini appare sovente fuori posizione, quasi dormiente sulle tracce degli avversari, mentre l'attacco, con un Petar Ratkov completamente fuori dal gioco e invisibile per larghi tratti, non ha mai impensierito seriamente la retroguardia avversaria. I cambi in corso d’opera di Sarri non hanno sortito gli effetti sperati, confermando una giornata storta e una condizione atletica e mentale preoccupante a poche giornate dal termine.

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