Gianni Morandi a Milano, l’eterno ragazzo e il peso di essere ancora “vivo” sul palco
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Redazione Cultura e Spettacolo
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Ottantun’anni, un sorriso che non sembra mai calcare la fatica, e un’energia che, a guardarlo muoversi tra un ritornello e l’altro, quasi spiazza. Quando Gianni Morandi sale sul palco dell’Unipol Forum di Milano, come è accaduto ieri 17 aprile, porta con sé una consapevolezza che lui stesso, senza troppi giri di parole, ha riversato tra una canzone e l’altra: “Mi vedono ‘vivo’ – ha raccontato – e qualcuno, forse, lo percepisce quasi come un’ingiustizia”. Una frase, questa, che pesa più di una semplice battuta, perché restituisce il clima paradossale che circonda un artista capace di attraversare decenni senza mai perdere il passo, diventando al tempo stesso simbolo di resistenza e bersaglio silenzioso di quella sottile insofferenza che la longevità vincente a volte suscita.
Nonni e nipoti sotto lo stesso tetto sonoro, il Forum come un salotto di periferia
Andare a un suo concerto, in fondo, significa varcare la soglia di una di quelle case italiane dove tre generazioni si scontrano e si abbracciano davanti a una tavola imbandita. Ieri sera, nonostante qualche scalino impervio che ha messo a dura prova le gambe meno allenate, il pubblico era un affresco sociale preciso: molti anziani, sì, ma quasi sempre accompagnati da figli e nipoti. Nessuna separazione tra chi quel “C’era un ragazzo” lo ha vissuto in presa diretta e chi lo ha scoperto attraverso i sampler dei propri idoli. La festa c’era eccome, in questa tappa milanese del tour “C’era un ragazzo – Gianni Morandi Story”, e aveva il sapore di un raduno popolare più che di un semplice evento musicale.
Il duetto con Tredici Pietro, un gesto che chiude il cerchio sanremese
A sorpresa, sul palco è salito anche Pietro Morandi – noto come Tredici Pietro – e quel momento ha avuto il sapore di una restituzione affettiva. Il figlio, già ospite del padre al Festival di Sanremo 2026 (quando era stato lui a invitare Morandi sul proprio palco), ha ricevuto ieri il contraccambio: un invito che trasforma un rapporto privato in spettacolo pubblico, senza mai scadere nella retorica. L’abbraccio tra i due, sotto le luci del palazzetto, ha funzionato come una parentesi intima dentro la grande macchina dell’intrattenimento. E non è stato l’unico momento a sorpresa, perché più tardi è arrivato anche Jovanotti – con quella sua carica fisica, capace di contagiare persino sotto il palco, dove si è messo a ballare e cantare – a confermare che certi incroci generazionali, a volte, producono la scintilla più autentica.
“Pensavamo che la guerra fosse finita, era un’illusione”: la lezione dell’oggi
Il concerto è lungo, senza pause vere, e le canzoni scorrono tenendo insieme epoche che Morandi non ha mai voluto separare. Quando attacca “C’era un ragazzo”, la sua voce non celebra soltanto un passato: ne smonta la presunta stabilità. “Sono cresciuto con l’idea che il dopoguerra fosse qualcosa di definitivo, permanente – ha detto – invece era un’illusione. Dopo tanti anni è cambiato tutto ma non è cambiato niente”. E ha aggiunto un dato, quasi come una scatola nera scomoda: almeno sessanta focolai di guerra attivi nel mondo. Allora si parlava del Vietnam, oggi di decine di conflitti dimenticati. Morandi non si proclama eterno – “nessuno lo è” – eppure, rifiutando ogni retorica della resistenza a oltranza, sceglie di vivere l’oggi. E forse è proprio questo, più della voce o del fisico ancora sorprendente, a rendere il suo spettacolo così profondamente, umanamente, fuori dal tempo.




