Il giudice Carena difende l’indipendenza della magistratura: “Non siamo arbitri di calcio”

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Redazione Interno Redazione Interno   -   La questione, e non potrebbe essere altrimenti vista la posta in gioco, non è una partita tra contendenti che si sfidano su un prato verde. Il procedimento penale, con i suoi codici e le sue aule severamente istituzionali, non può essere paragonato a un incontro di calcio, né il giudice può esserne considerato un semplice arbitro. È con questa metafora, volutamente provocatoria e al contempo chiarificatrice, che il giudice Andrea Carena ha inteso smontare le argomentazioni dei sostenitori del sì al referendum costituzionale in programma il 22 e 23 marzo, un voto che chiama i cittadini a esprimersi sulla separazione delle carriere tra magistrati giudicanti e requirenti. La riforma, voluta dal governo e fortemente caldeggiata dal ministro Carlo Nordio, mira a spezzare l’unicità dell’ordinamento giudiziario, un’unicità che per giuristi come Carena rappresenta invece una garanzia di equilibrio e, citando le sue stesse parole, “a tutela dei deboli”. La sua è una difesa dell’attuale assetto costituzionale, un argine contro quella che percepisce come una semplificazione eccessiva e fuorviante di un meccanismo ben più complesso e delicato di un semplice confronto dialettico tra due parti avverse.

Di parere diametralmente opposto, naturalmente, si dichiara l’avvocato Alberto Avidano, figura di spicco del foro e sostenitore convinto del fronte del sì, il quale ha ribattuto punto su punto durante un dibattito tenutosi al Foyer delle famiglie. Per Avidano, il nodo cruciale della questione risiede nell’apparenza e nella sostanza dell’imparzialità del giudice. “Perché il giudice sia davvero considerato imparziale – ha argomentato il penalista – non deve solo esserlo, deve apparirlo”. Ed è proprio questa apparenza di terzietà che, a suo avviso, verrebbe irrimediabilmente compromessa dalla condivisione di origine, carriera e cultura tra chi siede in tribunale a giudicare e chi, in procura, sostiene l’accusa. La separazione delle carriere, in quest’ottica, rappresenterebbe il coronamento di un percorso iniziato con l’adozione del codice di procedura penale del 1988, quello che avrebbe dovuto introdurre in Italia i principi del processo accusatorio. Un percorso, questo, che per i penalisti appare oggi monco e incompiuto, proprio a causa di questa commistione ordinamentale che, secondo la loro esperienza quotidiana nelle aule di giustizia, finirebbe per condizionare l’esito dei processi, minando alla radice la fiducia del cittadino nell’istituzione giudiziaria.

Il cavallo di Troia e la lezione di Giorgio Lattanzi

A gettare una luce tecnica e profondamente critica sulla riforma, quasi a volerne svelare il “non detto”, è l’analisi del presidente Giorgio Lattanzi, uno dei nomi più autorevoli e rispettati nel panorama della giurisprudenza italiana, la cui carriera – come addetto all’Ufficio legislativo del Ministero, come direttore generale degli Affari penali e come coordinatore dei lavori per la stesura del codice di procedura penale nella commissione presieduta da Gian Domenico Pisapia, fino alla presidenza della Commissione Cartabia nel 2021 – gli conferisce una prospettiva storica e sistemica ineguagliabile. Lattanzi, con la pacatezza e il rigore del giurista, mette in guardia da quella che definisce una narrazione falsante, una vera e propria manipolazione del dibattito pubblico che calpesta il diritto a un voto consapevole. Non tutte le riforme, ammonisce Lattanzi, nascono per risolvere un problema reale; alcune nascono perché quel problema viene raccontato in modo diverso, distorto, per creare un consenso artificioso. La separazione delle carriere, per lui, appartiene inconfutabilmente a questa seconda, pericolosa categoria.

Il racconto semplice e lineare propinato per mesi – quello secondo cui separare i percorsi di giudici e pm renderebbe la giustizia più celere ed equa – è, agli occhi di Lattanzi, una favola. Una favola che cela un insidioso cavallo di Troia. Il vero obiettivo, secondo l’ex presidente della Corte Costituzionale, non sarebbe affatto la tutela del cittadino o l’efficienza del processo, bensì l’indebolimento dell’autonomia e dell’indipendenza della magistratura nel suo complesso. Sminuzzare l’ordine giudiziario in due carriere distinte e separate, con due distinti Consigli Superiori (uno per i giudici e uno per i pm), significherebbe spezzare quel fronte unitario che la Costituzione ha voluto porre a presidio dei diritti dei cittadini, rendendolo potenzialmente più permeabile alle ingerenze della politica. La sua è una lettura che va oltre la superficie della riforma, e che cerca di portare alla luce le implicazioni sistemiche e profonde di una modifica costituzionale che, dietro la bandiera della terzietà, potrebbe celare ben altri disegni.

Il paradosso della terzietà e il confronto con l'Europa

Sul versante opposto, il dibattito si arricchisce di voci come quelle degli avvocati riuniti nelle Camere Penali, i quali, forti della loro esperienza sul campo, ribattono che la riforma non solo non indebolirebbe la magistratura, ma anzi la rafforzerebbe, conferendole una credibilità maggiore agli occhi dei consociati. Per l’avvocato Maurizio Basile, coordinatore regionale delle Camere Penali, quella in atto non è una battaglia politica, né di destra né di sinistra, ma una battaglia di civiltà giuridica, che affonda le sue radici in trent’anni di richieste inascoltate. Da quando, cioè, è stato introdotto il nuovo codice, i penalisti chiedono a gran voce che il giudice sia realmente terzo, cioè separato da entrambe le parti processuali. E mentre dall’avvocato è strutturalmente separato, con il pubblico ministero condivide invece lo stesso ordinamento, la stessa carriera, la stessa identità culturale. Un elemento, questo, che per i difensori costituirebbe un vulnus insanabile al principio del giusto processo sancito dall’articolo 111 della Costituzione.

E ancora, a suffragio delle ragioni del sì, arrivano paragoni internazionali che i sostenitori della riforma utilizzano come un argomento dal peso specifico notevole. In un recente intervento, il ministro della Difesa, Guido Crosetto, ha ironizzato sulla pretesa eccezionalità italiana, chiedendo retoricamente perché mai la separazione delle carriere debba essere vista come una minaccia alla democrazia proprio nel nostro Paese, quando invece funziona senza particolari problemi in tutte le principali democrazie europee e occidentali. In Germania, in Spagna, in Portogallo, in Francia e nei Paesi Bassi – ha elencato il ministro – l’ordinamento giudiziario prevede percorsi distinti per giudici e pubblici ministeri, eppure nessuno si sogna di mettere in dubbio la solidità delle loro istituzioni democratiche o l’efficienza dei loro sistemi giudiziari. Un argomento, questo, che sposta il baricentro del confronto dall’astratto dibattito ideologico al concreto piano del diritto comparato, ponendo una domanda alla quale i sostenitori del no sono chiamati a fornire una risposta convincente e articolata, al di là della semplice difesa dello status quo costituzionale.

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