Guerra in medio oriente, Hezbollah colpisce il nord di Israele e un drone mette nel mirino i soldati italiani a Erbil
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Redazione Interno
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Il tredicesimo giorno di scontro aperto tra Israele e Iran, con le rispettive alleanze che allargano il conflitto su scala regionale, si apre con una pioggia di razzi e con la conferma di un nuovo fronte, quello iracheno, dove la presenza militare occidentale – e italiana in particolare – diventa bersaglio diretto. Da una parte, Hezbollah, il partito-arma libanese stretto alleato di Teheran, ha rivendicato una serie di attacchi coordinati contro postazioni chiave dell’esercito israeliano. Dall’altra, nella notte tra mercoledì e giovedì, un velivolo senza pilota – probabilmente un drone Shahed di fabbricazione iraniana – è penetrato lo spazio aereo della base Camp Singara, nell’aeroporto di Erbil, capoluogo del Kurdistan iracheno, prendendo di mira il contingente italiano.
L’attacco contro gli insediamenti israeliani, come spiegato dagli stessi comunicati di Hezbollah ripresi dalle agenzie internazionali, ha visto il lancio di decine di missili verso la città di Nahariya e Kiryat Shmona, ma l’obiettivo dichiarato era più ambizioso. I miliziani sciiti affermano di aver centrato il quartier generale del Comando settentrionale delle Forze di difesa israeliane e la base di Ein Zeitim, a nord di Safed, in quella che viene descritta come una risposta ai continui raid israeliani sui villaggi del sud del Libano e sulla periferia meridionale di Beirut. Un attacco, questo, che si inserisce in una giornata particolarmente tesa, segnata anche dall’abbattimento di un aereo da rifornimento americano KC-135 nei cieli dell’Iraq occidentale: il Comando Centrale degli Stati Uniti ha precisato che l’incidente non è ascrivibile a fuoco nemico, ma la dinamica resta oggetto di verifiche mentre fonti iraniane parlano di un missile della resistenza.
A Erbil, l’allarme è scattato intorno alle 20.30 ora locale, quando i sensori hanno rilevato la minaccia aerea. I soldati italiani, circa 141 secondo le ultime stime ufficiali del ministero della Difesa, si sono rifugiati nei bunker della base e proprio questa procedura, come confermato dal comandante del contingente, il colonnello Stefano Pizzotti, ha scongiurato conseguenze ben più gravi. L’esplosione, avvenuta intorno all’una di notte, ha danneggiato l’area comune soprannominata “Il fortino” e due automezzi, ma non ha causato feriti tra gli italiani. Si tratta di un attacco rivendicato dalla coalizione? Ancora nessuna sigla si è assunta ufficialmente la responsabilità, ma la tipologia del drone e il contesto lasciano pochi margini di dubbio sull’origine filo-iraniana dell’operazione, tanto che il ministro degli Esteri Antonio Tajani ha parlato immediatamente di un’azione destinata a cambiare la postura del contingente.
La risposta di Roma tra prudenza e riposizionamento tattico
Se i militari sono tutti incolumi, la valutazione politica e strategica dell’attacco ha portato a una decisione rapida: quei soldati, che da oltre quattordici anni operano nell’ambito dell’operazione “Prima Parthica” per addestrare i peshmerga curdi nella lotta ai residui dell’Isis, lasceranno la base. Tajani, intervenuto al telegiornale, ha annunciato che verranno spostati “in tempi rapidi”, seguendo lo stesso schema già adottato per il contingente in Kuwait, dove la situazione era divenuta insostenibile. Il nodo logistico, tuttavia, è complesso: un ponte aereo diretto è considerato troppo rischioso a causa della saturazione dei cieli e delle difese contraeree attive nella regione. La soluzione, come spiegato dal ministro della Difesa Guido Crosetto, sarà un trasferimento via terra, attraverso un corridoio che porta verso la Turchia, percorso quotidianamente dalle autobotti che trasportano il petrolio iracheno, ma che in queste ore si trasforma in una via di fuga presidiata.
Non si tratta, però, di una ritirata dettata dal panico. Crosetto ha tenuto a precisare che la riorganizzazione della presenza italiana a Erbil era già stata programmata nelle settimane precedenti, con un primo alleggerimento del contingente che aveva visto il rientro in patria di 102 unità e lo spostamento di una quarantina di militari in Giordania. Il drone, in questo senso, ha solo accelerato un processo già avviato, rendendo improrogabile la messa in sicurezza degli ultimi 141 uomini. Resta il fatto, innegabile, che Camp Singara è stata deliberatamente presa di mira: è una base della Nato, ospita anche personale americano, e la sua funzione di addestramento per le forze curde – un tassello fondamentale per la stabilità interna dell’Iraq – l’ha trasformata in un obiettivo sensibile agli occhi di Teheran e delle sue milizie, che vedono nella presenza occidentale un’estensione del potere di fuoco israeliano e statunitense.
Mentre a Roma la presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, segue la vicenda in costante contatto con i ministri, la macchina della difesa si è messa in moto per garantire che il riposizionamento avvenga senza intoppi. Il quadro generale resta in ebollizione: gli attacchi di Hezbollah da nord, le esplosioni di droni sui giacimenti petroliferi di Majnoon a Bassora – due velivoli si sono schiantati nel cuore dell’industria estrattiva irachena – e le dichiarazioni del presidente americano Donald Trump, che parla di un Iran ormai “vicino alla sconfitta” mentre la Guardia Rivoluzionaria iraniana, attraverso la nuova Guida suprema Mojtaba Khamenei, rilancia la minaccia di mantenere chiuso lo Stretto di Hormuz.




