Il governo vara il piano casa: 10 miliardi per 100mila alloggi, ma sindacati e opposizioni parlano di “bomba sociale”

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Redazione Interno Redazione Interno   -   Era da tempo, in verità, che il tema dell’abitare languiva nelle pieghe delle urgenze quotidiane, quasi fosse un argomento di serie B rispetto alla congiuntura economica o alle tensioni internazionali.

Il Consiglio dei ministri, nella seduta del 30 aprile, ha però deciso di rompere questo silenzio varando un pacchetto da dieci miliardi di euro, un intervento che l’esecutivo definisce strutturale con l’obiettivo dichiarato di immettere sul mercato centomila alloggi nell’arco del prossimo decennio. ilroma +3

Il provvedimento poggia su tre pilastri, come spiegato dalla presidente del Consiglio nel corso della conferenza stampa di rito.

Da un lato, c’è l’ambizione di rigenerare il patrimonio esistente: circa sessantamila unità di edilizia residenziale pubblica, quelle che comunemente chiamiamo case popolari, versano infatti in uno stato di inagibilità tale da non poter essere assegnate.

A queste si aggiunge la costruzione di nuove abitazioni a prezzi calmierati, un’operazione che il governo intende realizzare anche attingendo a capitali privati, e una sa semplificazione burocratica che prevede persino la nomina di commissari straordinari per i progetti più imponenti. ilgiornale +3

Lo scenario, tuttavia, è tutt’altro che lineare. Se a Palazzo Chigi si parla di “scelta di politica economica” capace di restituire dignità al risparmio e alla progettualità delle famiglie, nelle piazze e nelle associazioni di categoria il giudizio è radicalmente opposto.

Il Sunia, il sindacato degli inquilini, ha parlato senza mezzi termini di un piano “inadeguato” e “tardivo”, sostenendo che dietro la facciata dei numeri si celi in realtà una massiccia operazione di dismissione del patrimonio pubblico finalizzata a fare cassa a favore dei privati.

La critica, che trova eco anche nelle parole dell’Anci e di Ali (le associazioni dei comuni), non risparmia il fronte delle risorse: secondo i sindacati, i fondi stanziati sono infatti irrisori di fronte al milione e mezzo di famiglie che versano in uno stato di grave disagio abitativo o alle trecentocinquantamila domande inevase per una casa popolare. altalex +3

Il nodo degli sfratti e la stretta sulla morosità

Se il piano edilizio divide, la misura che lo accompagna rischia di innescare quella che alcuni osservatori non hanno esitato a definire una vera e propria “bomba sociale”.

Contestualmente al pacchetto da dieci miliardi, infatti, il Consiglio dei ministri ha approvato un disegno di legge che accelera in modo significativo le procedure di rilascio degli immobili.

Non si tratta di una semplice semplificazione burocratica: il nuovo impianto normativo, spostando il baricentro dalla mediazione sociale alla logica punitiva, taglia molte delle tutele di cui oggi godono gli inquilini in difficoltà.

I numeri aiutano a capire la portata del fenomeno. Ogni anno, i tribunali italiani emettono mediamente quarantamila sentenze di sfratto, di cui oltre ventimila vengono eseguite materialmente con l’intervento della forza pubblica.

Questo significa, in termini drammaticamente concreti, più di cento famiglie al giorno che si ritrovano materialmente senza un tetto.

La nuova normativa, eliminando l’obbligo di preavviso per l’ufficiale giudiziario e riducendo i margini per sanare la morosità (la possibilità di rimediare viene limitata a due volte in quattro anni), rischia di rendere questo stillicidio ancora più violento. repubblica +3

Il modello pubblico-privato e la questione della speculazione

L’impalcatura finanziaria del piano rivela un’altra crepa che non è sfuggita agli addetti ai lavori. Il binomio pubblico-privato, visto da Roma come la leva per moltiplicare gli investimenti, viene interpretato dai detrattori come una svendita di interessi generali a vantaggio dei grandi fondi.

A fare da regista in questa partita ci sarà Cassa Depositi e Prestiti, affiancata da partner illustri come il fondo sovrano arabo Mubadala, con l’obiettivo di raccogliere capitali da destinare al cosiddetto “social housing”.

Il meccanismo, in dettaglio, prevede che lo Stato offra ai privati semplificazioni e procedure lampo in cambio dell’impegno a destinare una quota degli alloggi (si parla di circa il 70%) all’edilizia convenzionata, cioè con uno sconto sul prezzo di mercato di almeno un terzo.

Il Sunia, tuttavia, denuncia un cortocircuito di fondo: gli alloggi realizzati con questi fondi restano di proprietà delle società che li costruiscono.

Questo significa che dopo dieci o quindici anni, quando scadranno le convenzioni, quei privati potranno affittare nuovamente gli immobili a prezzo di mercato o venderli, incassando plusvalenze costruite su finanziamenti pubblici e su terreni sbloccati dallo Stato. avantionline +3

La cronaca delle esecuzioni e la replica dell’esecutivo

Se il piano è pensato per gettare le basi del domani, la stretta sugli sfratti agisce invece sul presente, e lo fa in maniera chirurgica. Il ddl introduce ad esempio un procedimento per ingiunzione di rilascio immediatamente esecutivo, che consente al giudice di decidere in soli quindici giorni senza attendere i tempi di una eventuale opposizione.

Per chi è in difficoltà, la stangata arriva anche sotto forma di penale: il proprietario può infatti richiedere un’indennità pari all’uno per cento del canone per ogni giorno di ritardo nel rilascio.

Dall’altra parte della barricata, chi sostiene l’esecutivo fa notare che il provvedimento mira a restituire certezza al mercato delle locazioni e a liberare quelle migliaia di alloggi popolari attualmente occupati abusivamente.

Dati ufficiali rivelano infatti che, dall’inizio di questa legislatura, sono già stati liberati oltre quattromila alloggi di edilizia residenziale pubblica dalle occupazioni abusive.

Si tratta, in buona sostanza, di due visioni della “sicurezza abitativa” che in questo momento si fronteggiano senza trovare un punto d’incontro: da un lato il diritto del proprietario a disporre del proprio bene in tempi rapidi, dall’altro la tutela di nuclei familiari fragili che la crisi economica ha reso oggettivamente incapaci di sostenere i canoni di mercato. ilfattoquotidiano +3

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