Ucraina, la resistenza nel Donetsk e il peso degli scandali interni

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Redazione Esteri Redazione Esteri   -   Mentre l'artiglieria russa martella senza sosta il settore di Pokrovsk, nel Donetsk, dove le difese ucraine scricchiolano sotto la massa d'urto di reparti d'assalto che procedono senza curarsi delle perdite, il presidente Volodymyr Zelensky è costretto ad ammettere pubblicamente la gravità di una situazione sul campo sempre più compromessa. La guerra di logoramento, che prosegue ormai da quasi quattro anni, sta mettendo a dura prova non solo le linee del fronte, ma anche la capacità di Kiev di rimpiazzare i soldati caduti, un problema di risorse umane che il sindaco della capitale ha definito drammatico e che rischia di minare la tenuta stessa dello sforzo bellico. A questo scenario già cupo, si sommano poi le indagini per corruzione che scuotono le istituzioni, le quali, sebbene non direttamente legate alle operazioni militari, assorbono energie politiche e offrono un quadro di un sistema ancora in lotta contro i suoi demoni interni, proprio nel momento in cui avrebbe più che mai bisogno di coesione.

Le voci dall'Europa e lo spettro di una resa

Oltre i confini ucraini, in Europa, serpeggia con insistenza crescente un interrogativo che fino a poco tempo fa sarebbe parso blasfemo: se cioè l'Ucraina possa essere costretta ad alzare bandiera bianca. Secondo l'analisi di Andrea Margelletti, presidente del Centro studi internazionali, questo dibattito nasce da una percezione distorta e da un sentimento di paura che paralizza il ragionamento. «Siamo devastati dall'idea che Kiev ceda», ha spiegato Margelletti, «e c'è chi, in un moto di appeasement, pensa che concedere la vittoria alla Russia potrebbe magicamente porre fine alle sue mire espansionistiche, illudendosi che il conflitto si esaurirebbe senza coinvolgere direttamente il resto del continente». Una posizione, la sua, che mette in guardia dalla sottovalutazione delle conseguenze di un eventuale crollo ucraino.

Le sanzioni e il consenso interno a Mosca

Nel contesto internazionale, come emerso dai contributi alla Conferenza Ue di Bruxelles, si continua a discutere dell'efficacia delle misure punitive adottate contro Mosca. Arkady Moshes, direttore di un programma presso il Finnish Institute of International Affairs, intervenendo a un programma radiofonico, ha offerto una valutazione articolata sugli esiti delle sanzioni occidentali. Se da un lato queste hanno indubbiamente creato delle difficoltà all'economia russa, dall'altro non sono riuscite a scalfire in maniera decisiva il consenso di cui gode il presidente Putin all'interno del paese, un dato che complica ulteriormente ogni prospettiva di una soluzione negoziata nel breve periodo.

La questione umanitaria e il logoramento

Accanto alle dinamiche belliche e a quelle politico-diplomatiche, resta infine un'altra ferita aperta, quella dei minori da riportare a casa, una questione umanitaria che attende ancora una risoluzione e che aggiunge un ulteriore tassello di complessità a un conflitto la cui fine non è purtroppo in vista. La fase attuale, definibile senza mezzi termini come una guerra di attrito, sta consumando lentamente le forze in campo, con l'Ucraina chiamata a una resistenza sempre più difficile, non solo contro un nemico esterno ma anche contro le proprie fragilità.

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