La visita di Papa Leone a Lampedusa e l’abbraccio con la memoria di chi non ce l’ha fatta
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Redazione Interno
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Non si commenta, si ascolta.
Con queste parole, pronunciate ai margini della visita pastorale, il sottosegretario alla presidenza del Consiglio Alfredo Mantovano ha riassunto il senso profondo della giornata lampedusana di Papa Leone XIV, una giornata che, per certi versi, ha riportato l’isola al centro dell’attenzione europea su un tema, quello dei flussi migratori, che proprio tre anni fa aveva visto la premier Giorgia Meloni accompagnare sull’isola la presidente della Commissione Ue Ursula von der Leyen, in un gesto che all’epoca sembrò voler spezzare l’isolamento politico di un fenomeno destinato a ridisegnare i confini morali del Vecchio Continente.
Il Pontefice, giunto in Sicilia per una delle prime tappe del suo pontificato fuori Roma, ha scelto un itinerario simbolico e doloroso, iniziato al cimitero dove riposano le vittime del mare, per proseguire poi davanti alla Porta d’Europa, quel monumento che da anni rappresenta l’ingresso fisico e ideale dei migranti nel continente.
È stato qui, in questo luogo carico di significati, che il Papa ha incontrato una famiglia di migranti e una famiglia che ha adottato una bambina, quasi a voler tracciare idealmente il filo che unisce il dolore dell’arrivo alla speranza di una nuova vita, in un abbraccio che ha scavalcato le retoriche politiche per toccare le corde più intime della quotidianità.
Il gesto inaspettato del Papa sugli scogli
A spezzare il cerimoniale, se così si può definire, è stato un gesto che ha colto di sorpresa i presenti e che ha restituito l’immagine di un Papa forse in cerca di silenzio. Uscito dal programma ufficiale, Leone XIV si è incamminato da solo sugli scogli che lambiscono l’isola, salendo su quello più alto per fermarsi a guardare l’orizzonte.
Un atto che, al netto delle interpretazioni, ha parlato da sé: il mare che di fronte a Lampedusa è stato testimone di tragedie inenarrabili, diventa per il pontefice uno spazio di meditazione personale, quasi una preghiera laica davanti all’immensità che ha inghiottito migliaia di vite.
Sullo sfondo di questa visita, che ha riacceso i riflettori su un’isola spesso dimenticata dai grandi circuiti dell’informazione, si è stagliata la figura di Claudio Baglioni, presente alla messa celebrata dal Papa. Il cantautore romano, che proprio a Lampedusa ha ideato per anni la manifestazione musicale O' Scià, ha raccontato ai microfoni del Tgr Rai Sicilia l’emozione di ritrovarsi in quel luogo a distanza di tredici anni, definendola un “privilegio” e un’occasione per riannodare i fili di una terra che custodisce “molti racconti”.
Baglioni, che sta ancora recuperando le forze dopo una polmonite interstiziale che lo ha costretto a rinviare il tour al 2027, ha voluto esserci, quasi a testimoniare che il legame con l’isola non si spezza nemmeno davanti alle difficoltà fisiche.
La storia di Leo, il sopravvissuto del barcone
Ma è un’altra storia, emersa nei racconti di chi ha seguito la visita, a dare il vero peso umano a questa giornata. È la storia di Leo, un ragazzo che è arrivato a Lampedusa nel giugno del 2016, quando aveva poco più di un anno e mezzo, in braccio a una madre che non ce l’ha fatta. Come tanti altri migranti ghanesi, stipato dai trafficanti nella stiva di un barcone dove l’aria era un lusso per pochi, Leo è stato l’unico superstite di quel viaggio della speranza trasformato in tragedia, ritrovato addormentato tra la morte, quasi che la sua stessa sopravvivenza fosse un paradosso della natura.
Di quei momenti, di quel viaggio, di quella madre, Leo conserva solo sensazioni ed emozioni, perché i ricordi veri e propri, quelli nitidi, sono troppo lontani e sfuggenti; eppure, come hanno raccontato le cronache, lui vorrebbe tanto ricordare, perché il volto di sua madre è un'ombra che insegue senza mai raggiungere.
In questa narrazione che si dipana tra il dolore collettivo e le storie individuali, la visita di Papa Leone ha assunto i contorni di una pedagogia della memoria. Il gesto di deporre fiori sulle tombe dei migranti, l’incontro con le famiglie, il silenzio sugli scogli, sono tasselli di un discorso che, come ha sottolineato Mantovano, non va commentato ma ascoltato, soprattutto se si ha memoria di ciò che Lampedusa rappresentava tre anni fa, quando l’attenzione dell’Europa sembrò finalmente convergere su quell’angolo di Sicilia grazie alla spinta politica della presidente del Consiglio.
Lampedusa come crocevia di storie e di silenzi
L’isola, che per anni è stata il simbolo di un’emergenza continua, torna così a essere un crocevia di significati, un luogo dove la cronaca si fonde con la storia e dove le parole del Papa, per loro natura universali, incontrano le storie di chi è sopravvissuto e di chi ha scelto di restare. Che si tratti del cimitero, della Porta d’Europa o degli scogli battuti dal vento, ogni angolo di Lampedusa sembra custodire una domanda che attende ancora una risposta, e che forse, come suggerisce il sottosegretario, va semplicemente ascoltata senza la pretesa di trovare immediatamente una soluzione.
In questo quadro, il ritorno di Baglioni, la presenza del Papa e il ricordo di Leo si intrecciano in un racconto corale, dove la musica, la preghiera e la testimonianza diretta restituiscono dignità a un fenomeno che troppo spesso viene ridotto a numeri e statistiche.
La giornata si è chiusa con il pensiero rivolto a chi non c’è più, ma anche con la consapevolezza che Lampedusa, nonostante tutto, continua a essere un punto di arrivo e di partenza, una terra di confine dove l’umanità, nelle sue pieghe più drammatiche e nelle sue rinascite, trova ancora il coraggio di mostrarsi. Le parole di Mantovano, nel loro essere asciutte e definitive, hanno il pregio di riportare l’attenzione sul messaggio piuttosto che sul messaggero, in un’epoca in cui il rumore rischia spesso di sovrastare il contenuto dei gesti e dei simboli.




