A Ceuta la crisi migratoria non si placa: 5mila persone ancora in strada tra violenze e tensione
Articolo Precedente
Articolo Successivo
Redazione Esteri
-
A un mese dal valico di Tarajal, quella che era stata annunciata come una emergenza contingente si è trasformata in una piaga che non accenna a rimarginarsi. Nelle strade di Ceuta, l'exclave spagnola affacciata sul Nord Africa, la presenza di circa 5.000 migranti – stando alle ultime stime ufficiali, sebbene la polizia locale parli di numeri difficili da certificare con esattezza – continua a rappresentare un banco di prova durissimo per le istituzioni e per la convivenza civile.
La settimana successiva al grande afflusso, Jennifer Zuppiroli, specialista di politiche sull’infanzia in movimento per Save the Children Spagna, aveva visitato la città proprio per gettare le basi di un intervento mirato a tutela dei minori non accompagnati, ma le condizioni che ha documentato erano già allora ai limiti della sostenibilità. Ora, a distanza di trenta giorni, il quadro non è solo peggiorato, ma si è arricchito di elementi di frizione sociale e politica che rischiano di minare qualsiasi tentativo di normalizzazione.
Il caos quotidiano e il braccio di ferro tra istituzioni
La tensione nelle strade di Ceuta si respira a ogni angolo, e non è un'esagerazione: i residenti raccontano di notti punteggiate da schiamazzi e risse, mentre le forze dell'ordine si trovano costrette a intervenire con metodi sempre più drastici, come dimostrano i frequenti spari in aria per disperdere le assemblee spontanee che si formano nei pressi dei centri di accoglienza improvvisati.
La situazione è talmente degenerata che il senatore della Lega e sottosegretario di Stato alla Presidenza del Consiglio dei ministri, Alessandro Morelli, ha voluto verificare di persona quanto stava accadendo nell'exclave spagnola, parlando al telefono direttamente da Ceuta per sottolineare l’insostenibilità di un quadro che definisce "al limite del collasso".
Morelli, che ha richiamato con forza la necessità di mantenere la sospensione degli accordi di Schengen finché la crisi non sarà risolta, ha trovato un riscontro nelle parole di molti operatori umanitari presenti sul campo, i quali lamentano l'assenza di strutture adeguate e una pianificazione che sembra procedere a rilento, come se la politica aspettasse che il problema si risolvesse da solo.
La doppia faccia di un'emergenza lunga un mese
Se da un lato il governo spagnolo insiste nel dichiarare che oltre il 90% dei circa 72.000 migranti che hanno varcato il confine a fine luglio sarebbe già stato rimpatriato in Marocco, dall'altro i numeri raccontano una verità molto più complessa e amara: almeno 5.000 persone, forse di più, restano ancora bloccate nell'exclave, vivendo per strada o in rifugi di fortuna, in attesa di una soluzione che tarda ad arrivare.
Questa discrepanza tra i dati ufficiali e la realtà percepita alimenta un clima di sfiducia che si traduce in episodi di razzismo sempre più espliciti sui social network e in un malumore crescente tra la popolazione locale, la quale si sente abbandonata dallo Stato centrale e costretta a fare i conti con un'emergenza che ha stravolto la quotidianità di una città già di per sé fragile per la sua posizione geografica.
Gli operatori di Save the Children, che hanno cercato di mettere in piedi un sistema di protezione per i minori che viaggiano da soli, denunciano l'impossibilità di garantire dignità e sicurezza in un contesto dove le risorse scarseggiano e la burocrazia rappresenta un ostacolo spesso insormontabile.
L'incognita diplomatica tra Spagna e Marocco
Sullo sfondo di questa crisi umanitaria e sociale si staglia la questione diplomatica, con la Spagna che cerca di destreggiarsi tra le pressioni di Bruxelles e le richieste di un Marocco che, a sua volta, si difende dalle accuse di aver favorito l'esodo per scopi politici, come molti analisti hanno suggerito nelle settimane successive al primo sconfinamento di massa.
La sospensione degli accordi di Schengen, invocata da Morelli come una misura necessaria per arginare il fenomeno, rappresenta una cartina di tornasole delle difficoltà europee nel gestire le frontiere meridionali, e la sua proroga, che il sottosegretario auspica senza mezzi termini, finirebbe per istituzionalizzare uno stato di eccezione che né la Spagna né l'Unione Europea sembrano in grado di superare con strumenti ordinari.
Nel frattempo, la polizia locale continua a presidiare i punti caldi della città, mentre gli operatori umanitari, come la Zuppiroli che aveva visitato la zona solo poche settimane prima, assistono impotenti a uno stillicidio di violenze e privazioni che colpisce in particolare i più vulnerabili, cioè i bambini e gli adolescenti arrivati senza famiglia, esposti a rischi di ogni tipo in un ambiente sempre più ostile e militarizzato.
Puoi riutilizzare questo articolo o riprenderne i contenuti, anche parzialmente, citando la fonte con link attivo a informazione.news, il portale online di notizie e approfondimenti.
