L'ateneo di Verona e il caso del concorso "ad personam": il nodo della meritocrazia
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Redazione Interno
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Un timbro di voce incerto, quasi franto, ha accompagnato le dichiarazioni pubbliche della rettrice dell'università di Verona, Chiara Leardini, durante un recente Senato accademico convocato per discutere un caso che scuote le fondamenta stesse dell'istituzione. La questione, quella che ormai i media definiscono il "caso Nocini", riguarda l'ascesa accademica di Riccardo Nocini, figlio dell'ex rettore Pier Francesco, divenuto professore ordinario di otorinolaringoiatria a soli trentatré anni. Un traguardo raggiunto, è bene precisarlo, attraverso un concorso dove il candidato si è trovato a essere l'unico partecipante, nonostante un curriculum che annovera un numero considerevole, 242, di pubblicazioni scientifiche. La rettrice, visibilmente scossa, ha dichiarato di vivere la situazione "in difficoltà, come rettrice e come persona", assicurando che episodi del genere "non devono più accadere", un impegno formale che tuttavia fatica a placare le polemiche sollevate da una vicenda percepita da molti come sintomo di un malessere sistemico.
Il sistema sotto accusa: le critiche di Crisanti
Proprio quel malessere è stato sviscerato, con parole nette e senza sconti, dal microbiologo Andrea Crisanti, docente a Padova e a Londra, il quale ha colto l'occasione per rilanciare una denuncia che porta avanti da tempo. "Sono anni che dico che il metodo di reclutamento universitario italiano è radicalmente sbagliato", ha affermato Crisanti, sostenendo che la pratica di bandire concorsi "ad personam" sia una consuetudine diffusa e non un'eccezione. "Ogni concorso è fatto su misura per qualcuno", ha aggiunto, descrivendo un meccanismo perverso in cui le commissioni, spesso composte da accademici legati da rapporti di collaborazione o amicizia con i candidati prescelti, finiscono per avvantaggiare pochi a discapito della trasparenza. Il docente ha anche alluso a pratiche, purtroppo note negli ambienti accademici, di "gonfiamento" delle pubblicazioni, un artificio che altera la valutazione oggettiva del merito scientifico.
Oltre lo scandalo della giovane età: il cuore del problema
Se l'opinione pubblica si è focalizzata, comprensibilmente, sulla giovane età del vincitore e sulla sua parentela con un ex rettore, alcuni osservatori pongono l'accento su un aspetto diverso. Il vero nodo critico, infatti, non risiederebbe nell'anagrafe del professore ma nelle modalità opache con cui certe cattedre vengono messe a bando e assegnate, creando di fatto un corto circuito nel principio costituzionale della pari opportunità di accesso. Un concorso con un solo partecipante, per quanto legittimo sul piano formale, solleva inevitabilmente interrogativi sulle procedure di selezione e sulla reale competitività del processo, indipendentemente dal valore del candidato. È questa opacità, che talvolta sconfina in un vero e proprio conflitto di interessi quando i legami familiari si intrecciano con le dinamiche di potere accademico, a minare la credibilità dell'intero sistema.
Le inchieste e il percorso giudiziario
La vicenda, com'è prevedibile in casi di tale risonanza, ha attirato l'attenzione della magistratura, aprendo un fronte giudiziario parallelo a quello del dibattito pubblico. Sono in corso accertamenti da parte della Procura di Verona, la quale sta esaminando nel dettaglio tutti gli atti del concorso per valutare la sussistenza di eventuali profili di illecito. Gli investigatori, stando a quanto trapela, stanno ricostruendo minuziosamente ogni passaggio della procedura, dall'elaborazione del bando alla composizione della commissione giudicante, fino alla valutazione dei titoli presentati. Si tratta di un'indagine delicata, che procede con la cautela del caso, mentre l'ateneo scaligero si trova a dover gestire una crisi di immagine e di fiducia le cui conseguenze, soprattutto in termini di reputazione, potrebbero protrarsi a lungo.




