Google cede sulle commissioni del Play Store e riammette Fortnite: l’accordo con Epic Games cambia le regole di Android
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Redazione Scienza e Tecnologia
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Dopo cinque anni di battaglie legali, cause antitrust e colpi di scena, la guerra tra Google ed Epic Games si è conclusa con un accordo che ridisegna i confini dell’ecosistema Android. La società di Mountain View, lo scorso 4 marzo, ha depositato presso la corte federale di San Francisco un piano di modifiche strutturali per il proprio store digitale, di fatto accogliendo gran parte delle richieste dello sviluppatore di Fortnite. Non si tratta di un semplice ritocco alle percentuali, ma di una revisione profonda del modello di business che, dal 2011, regolava i rapporti tra la piattaforma e gli sviluppatori terzi. La novità principale, destinata a riverberarsi sull’intero settore, riguarda l’abbassamento delle commissioni e, soprattutto, la possibilità per le app di utilizzare sistemi di pagamento alternativi a quello gestito direttamente da Big G.
Il cuore della riforma, che verrà implementata a partire dal 30 giugno nello Spazio Economico Europeo, nel Regno Unito e negli Stati Uniti, è la separazione concettuale tra il costo del servizio offerto dal Play Store e le spese di processazione dei pagamenti. La commissione per gli acquisti in-app subirà un taglio significativo: dal tradizionale 30% si passerà a una quota base del 20% per le nuove installazioni, con ulteriori riduzioni al 15% per gli sviluppatori che aderiranno ai programmi di incentivazione legati alla qualità delle app. A questo si aggiunge una tassa fissa del 5% per chi decide di mantenere il sistema di fatturazione di Google, mentre chi opta per una soluzione di pagamento esterna potrà evitare questo esborso aggiuntivo, portando il costo totale effettivo ben al di sotto della vecchia soglia del 30%. Per gli abbonamenti, la trattenuta scende ulteriormente, fermandosi al 10%.
Parallelamente alla rimodulazione dei costi, Google ha annunciato il programma Registered App Store, un’iniziativa che semplifica l’installazione di store di terze parti certificati. Questi negozi alternativi, previa approvazione da parte di Google che ne attesti la sicurezza e la conformità a determinati standard qualitativi, potranno essere scaricati con una procedura molto più fluida rispetto al tradizionale sideloading. Si tratta di una mossa che, di fatto, legittima e incoraggia la concorrenza, trasformando Android in una piattaforma effettivamente più aperta, seppur all’interno di un perimetro di regole chiare. L’obiettivo dichiarato è quello di bilanciare la libertà di scelta con la necessità di proteggere gli utenti da malware e frodi, un tema particolarmente sentito visto che, secondo le analisi interne della stessa Google, le app scaricate da fonti esterne presentano un rischio di infezione cinquanta volte superiore.
L’accordo, che segna anche il ritorno di Fortnite sul Play Store dopo anni di assenza, contiene una clausola particolare che riguarda direttamente l’amministratore delegato di Epic Games, Tim Sweeney. Da sempre critico feroce nei confronti delle politiche di Google, che aveva definito in passato come “fraudolente” e “corrotte”, Sweeney ha dovuto accettare una limitazione della propria libertà di espressione. Il patto siglato il 3 marzo gli impone, fino al 2032, di astenersi dal rilasciare dichiarazioni pubbliche che possano denigrare le politiche di Google sugli store. Non solo: Epic è tenuta a promuovere le nuove regole del Play Store come un modello pro-concorrenziale, un impegno che costringe l’azienda a una retromarcia pubblica rispetto alla sua narrativa decennale. Questo aspetto, seppur secondario rispetto alle modifiche tecniche, getta una luce interessante sulle dinamiche di potere che sottostanno agli accordi tra giganti del tech.
Il nuovo equilibrio tra sicurezza e sideloading
Le modifiche introdotte dall’intesa non si limitano alla sfera economica, ma investono anche le modalità di distribuzione delle applicazioni, specialmente per quanto riguarda il sideloading. A partire dal 2026, in una prima fase sperimentale in paesi come Brasile, Indonesia, Singapore e Tailandia, e successivamente a livello globale, Google introdurrà l’obbligo di verifica dell’identità per tutti gli sviluppatori che distribuiscono app al di fuori del Play Store. Questo significa che chiunque voglia mettere a disposizione un file APK, sia tramite un sito web personale che attraverso uno store indipendente, dovrà fornire a Google documenti ufficiali, come un documento d’identità, un indirizzo fisico e un recapito telefonico verificato. La misura, che ha sollevato perplessità tra gli sviluppatori open source e gli hobbisti, mira a creare un registro affidabile di chi opera nell’ecosistema Android, rendendo più difficile per i malintenzionati sparire dopo aver diffuso software dannoso. Per gli utenti finali, l’impatto sarà duplice: da un lato, una maggiore protezione contro le truffe; dall’altro, la possibilità che alcune app di nicchia o sviluppate da soggetti non in grado di sottoporsi alla verifica diventino più difficili da reperire.
Tempistiche e impatto globale delle nuove policy
La roadmap delineata da Google prevede un’adozione graduale delle nuove regole su scala mondiale, con scadenze precise che riflettono le diverse sensibilità regolatorie dei vari mercati. Dopo il via libera di giugno per Europa, UK e Stati Uniti, il testimone passerà all’Australia a settembre, mentre Giappone e Corea del Sud dovranno attendere dicembre per vedere applicate le nuove commissioni e le policy sugli store alternativi. Il completamento del rollout globale è previsto per il settembre del 2027, un arco temporale che darà modo a tutti gli attori dell’ecosistema di adeguarsi. Per gli sviluppatori, specialmente quelli attivi nel settore dei giochi, la riduzione del cosiddetto “Google tax” rappresenta una boccata d’ossigeno non indifferente: l’abbassamento delle commissioni, che in alcuni casi potrà arrivare quasi al 50% in meno rispetto al passato, libererà risorse da reinvestire nello sviluppo e nell’acquisizione di utenti. Per Google, invece, si tratta di una scommessa: perdere una fetta di ricavi immediati per preservare la competitività dell’intera piattaforma Android in un momento storico in cui le autorità antitrust di tutto il mondo, dalla Commissione Europea alla FTC americana, stringono la morsa sulle grandi piattaforme.




